Legge elettorale, si torni a pensare al proporzionale

Se passasse l’idea che il maggioritario è più democratico finiremmo col mettere in seria discussione il rapporto tra elettore e suo rappresentante che è ciò che costituisce l’anima della democrazia.

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Con la sentenza della Corte Costituzionale è tornato al centro del dibattito politico – fatta la tara della grossolana polemica provocata dalle offensive esternazioni contro la Corte innescate dal leader della Lega – l’annoso tema della legge elettorale. Un altro smacco per Salvini che si affianca alla decisione della Cassazione di respingere il ricorso alla procura di Agrigento che si era opposta alla scarcerazione di Carola Rackete comandante della nave Sea Watch, bloccata in mare per oltre due settimane. Ma torniamo alla sentenza dell’alta Corte che, al di là delle considerazioni di legittimità, consente oggettivamente ai partiti dell’attuale maggioranza di tornare a pensare a una legge proporzionale. Sono sempre stato convinto che il miglior sistema per garantire il massimo di pluralità e di rappresentanza sia quello proporzionale che, meglio di ogni altro sistema, garantisce la qualità del confronto politico affidato non a impensabili dualismi, peraltro mai veramente sperimentati nella nostra lunga storia parlamentare, ma ad un’ampia dialettica a più voci. Com’è stato autorevolmente affermato non è la governabilità il fine delle elezioni, come invece sostengono i fautori del maggioritario, ma l’effetto, il più democratico possibile, di un accordo tra i gruppi parlamentari, chiamati dal corpo elettorale a governare e dunque espressione di forze e programmi convergenti. Sono sempre stato dubbioso sul fatto che la determinazione della qualità della classe dirigente sia garantita dalla nomina dei  parlamentari da parte dei vertici dei partiti (o addirittura da leader che decidono in solitudine) e non anche, come passaggio propedeutico, dalla volontà espressa dagli elettori. Sono abbastanza vecchio per ricordare come funzionava il sistema proporzionale che anche dopo la rottura dei governi di coalizione e la vittoria democristiana del 1948 garantì per oltre 40 anni un sistema democratico parlamentare che dava voce non solo ai grandi partiti, ma anche ai gruppi più piccoli (liberali, monarchici, socialdemocratici, repubblicani e persino al MSI). E avendo nei decenni passati fatto politica in un grande partito di massa,  ricordo bene come venivano scelte le candidature attraverso decine e decine di assemblee che non di rado mettevano in discussione le candidature calate dall’alto dagli organismi centrali. Ma vi è un dato di fondo che deve indurre a scegliere il proporzionale ed è la stabilità del sistema – certo anch’esso punteggiato nella sua lunga storia da crisi e da scioglimenti anticipati e che cadde per l’effetto dirompente di una inchiesta giudiziaria che coinvolse il sistema dei partiti e non certo il metodo proporzionale – giacché le crisi coinvolgevano i leader e non i vergognosi andirivieni da un gruppo all’altro a seconda degli interessi personali o dalle offerte di uno scranno di sottogoverno.
Se passasse l’idea che il maggioritario è più democratico del proporzionale – cosa non vera perché la rappresentanza verrebbe decisa dai capi partito – finiremmo col mettere in seria discussione il rapporto tra elettore e suo rappresentante che è ciò che costituisce l’anima della democrazia.