Lelio Basso e quell’incontro mancato tra Marx e Kant

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Poco più di quarant’anni or sono, il 16 dicembre del 1978, si spegneva improvvisamente la vita di uno dei più grandi esponenti del socialismo italiano, europeo e mondiale: Lelio Basso. Credo che la sua storia e i percorsi della sua vicenda umana costituiscano un unicum (o comunque un caso raro) nella lunga storia del socialismo e del marxismo. La caratteristica fondamentale dell’impegno politico e dell’analisi teorica che sempre l’accompagnò fu il  costante convincimento che non potesse darsi la realizzazione di una società socialista senza una democrazia che non si esauriva nella pur importante cornice di libere istituzioni parlamentari e giuridiche, ma si ampliava e fortificava nel continuo impegno per la salvaguardia della sfera dei diritti umani, del singolo individuo e di tutti i popoli del mondo. Ecco perché egli, unico italiano, su esplicito invito dei filosofi Sartre e Russell, fu chiamato a far parte, a metà degli anni ’60, del Tribunale Internazionale contro i crimini di guerra. Non era certo una svolta improvvisa nella vita di Basso, il cui socialismo, sin dagli anni giovanili, si era caratterizzato – com’è stato giustamente sottolineato da due recenti biografie ad opera di Chiara Giorgi e Giancarlo Monina – per l’originalità e difformità rispetto ai canoni vincenti e maggioritari del marxismo occidentale. Non a caso egli si fece interprete coerente ed editore degli scritti di Rosa Luxemburg nel 1967 (della quale pubblicò i saggi alla cui traduzione egli mise mano sin dagli anni del confino). Si comprende perciò, anche alla luce di una elaborazione teorica sviluppata dalla rivoluzionaria comunista polacco-tedesca, che aveva polemizzato tanto con Lenin quanto con Bernstein, l’approdo di Basso verso una critica degli eccessi di economicismo del marxismo e delle prospettive di una rivoluzione socialista imperniata soltanto sull’atto rivoluzionario della presa del potere. Ciò che restava sullo sfondo, fino a diventare inesistente era l’idea di un graduale processo di cambiamento non solo economico (cioè delle strutture produttive), ma anche e soprattutto imperniato sulla difesa e lo sviluppo delle libertà e dei diritti umani. Si è così tramandata nel corso del lungo cammino politico e teorico di Basso, dalla lotta antifascista al confino, dalla Resistenza alla battaglia per la Repubblica, dal ruolo decisivo nella stesura e nell’approvazione della Costituzione (a partire dall’art.3 e dall’art.49), dai suoi sforzi per la costruzione di un soggetto politico unitario della sinistra italiana, all’impegno nel Tribunale Russell e, infine, il contributo teorico per una diversa e originale interpretazione del marxismo, liberato dall’ipoteca del materialismo dialettico di impronta sovietica, tanto da meritare, a giusto titolo, la definizione di “marxista eretico”. A quarant’anni di distanza dalla morte del grande dirigente e intellettuale socialista, non tutto ciò che egli ha elaborato e realizzato può reggere il confronto con le straordinarie e radicali trasformazioni dell’economia e degli stili di vita. Permangono, tuttavia, alcuni motivi del suo pensiero del tutto attuali: la lotta alle persistenti situazioni di diseguaglianza, alla crescente povertà e all’arricchimento di poche persone che detengono smisurate ricchezze; la difesa delle istituzioni democratiche e dei principi basilari di quel giusto diritto affidato alla Costituzione; la strenua difesa dei diritti umani in un mondo sempre più aggredito dalla mala pianta del populismo e del sovranismo razzista. Non aveva paura Basso nel sostenere la validità di un’idea che ai tanti oggi sembra fuori moda. Ecco le parole che egli pronunciò, nell’aula del Senato, a pochi giorni dalla morte: “Non ho timore di confessare l’utopia del socialismo, come non ho timore di confessare l’altra utopia, la più grande e la più pericolosa, che tutti gli uomini, com’è scritto nella nostra Costituzione, avranno un giorno su questa terra pari e piena dignità sociale, saranno da tutti considerati fini e non strumenti del potere altrui”. Un incontro mancato, quello di Kant e Marx, può e deve ancora avvenire nel segno dell’azione e del pensiero di un grande socialista.