Nel suo ultimo libro, “A futura memoria”, Leonardo Sciascia, di cui ricorre il trentennale della morte, raccoglieva e offriva al lettore il suo punto di vista di scrittore e testimone civile dei fatti più gravi della cronaca italiana del decennio precedente.
Articoli e saggi che, riletti e raccolti, potessero costituire un ammonimento per una futura memoria collettiva: mafia, trame oscure, delitti eccellenti spiegati dal punto di vista eretico del maestro elementare di Alcamo.
Così il grande scrittore siciliano si congedò dal suo tempo; aveva l’ossessione, tipica della sua isola, di una solitudine che potesse disperdere le sue verità, espresse sia nell’attività letteraria sia in quella politica di parlamentare del partito radicale.
Lo Sciascia romanziere si sottrae a ogni possibile rivisitazione, la sua opera resta intatta, sfugge al tempo del presente e si consegna al patrimonio letterario del Novecento. Lo Sciascia articolista e commentatore fu il pretesto di laceranti discussioni sull’attualità del costume mafioso nelle sue rappresentazioni tentacolari che avviluppano società civile, imprenditoria e politica.
Resta legata allo scrittore siciliano la celebre espressione “i professionisti dell’antimafia“, in realtà non coniata da lui, ma con cui venne riassunto il contenuto di un suo memorabile articolo apparso sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987: Sciascia vi sottolineava come l’impegno antimafia di taluni esponenti delle istituzioni avesse lo scopo di conquistare consensi e riconoscimenti spendibili in ambito politico e professionale. Il riferimento riguardava i riti retorici dei parolai dell’antimafia: convegni, incontri, manifestazioni, conditi di slogan e buoni propositi, in realtà frutto di mero calcolo e opportunismo politico.
Nonostante l’impietosa lucidità dell’analisi, l’articolo avrebbe dato vita a una serie di interpretazioni fuorvianti, costringendo lo stesso scrittore a chiarire la propria posizione in una serie di dichiarazioni successive. Il dibattito che ne seguì si sarebbe risolto in una gigantesca strumentalizzazione dei concetti espressi nell’articolo, che finì con l’esporre a una pioggia di critiche e veleni i magistrati al tempo impegnati nel contrasto giudiziario del fenomeno mafioso.
La mafia per Sciascia era d’altra parte un termine dal significato ambiguo e nebuloso, come la sua stessa etimologia, e ciò ben rappresentava anche la natura cangiante del fenomeno. Ma, pur cambiando i tempi, resta immutata la natura invasiva e omertosa di una cultura che ha nei delitti solo il suo aspetto più evidente, mentre si nutre e rafforza con l’omertà e la contiguità delle zone grigie della società civile, quelle che sbandierano i vessilli dell’antimafia solo per mero opportunismo e logiche di facciata.

Sciascia rese evidente nei suoi romanzi questa sorta di strutturalismo che tiene ferma l’essenza di una forza feroce, disgregatrice del tessuto sociale, al tempo stesso elemento costitutivo, nelle sue forme deteriori, di alcuni profili della sicilianità che non è poi tanto diversa dall’italianità.
Per uno scrittore è sempre arduo misurarsi con il terreno delle verità, Sciascia adoperò il romanzo e la denuncia civile, scomoda e a rischio di strumentalizzazioni, per contribuire a una futura memoria di un Paese che ancora oggi deve fare i conti con il suo passato.