L’esperienza gioiosa della mensa fraterna

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Nella Bibbia la convivialità è presentata come una medicina per diradare la tristezza, esperienza di serenità che vince il dolore, mette riparo alla povertà e all’ingiustizia. Gesù dice ai cristiani che elemento centrale del Regno di Dio è la mensa condivisa con quelli che non possono nulla se non privazioni ed esclusioni, missione del Cristianesimo in questa fase della globalizzazione. Il Vangelo assegna valore positivo alla comunione di convitati amalgamati dall’amicizia con Dio, pronti a sperimentare la portata della gioia.
Gli evangelisti riportano diversi episodi per accreditare questa interpretazione. Le nozze a Cana, il pranzo in casa di Simone il fariseo, di Matteo, di Zaccheo, l’esperienza di Emmaus fanno conoscere la paternità di Dio grazie alla mediazione del Cristo. Sono esperienze talmente coinvolgenti da indurre i commensali a mutar vita, diventano consapevoli che la misericordia ricevuta genera serenità e gioia, consolida la concordia e rafforza l’amicizia.
Nella prima lettura Isaia descrive il banchetto preparato da Dio sul monte Sion: ricco, abbondante, per tutti, prova di generosa regalità, opportunità per gustare la salvezza grazie alla comunione col Signore, quindi superare il dolore, distruggere il male, sconfiggere la morte. Per partecipare a questo banchetto occorre accettare l’invito. Gesù descrive le modalità quando nelle parabole parla del banchetto, storie tratte dalla vita quotidiana sempre con una particolarità, chiave per trasmettere insegnamenti.
Cristo ritiene incomprensibile che gli invitati di un re non solo non vadano al banchetto, ma bastonino i messaggeri arrivando persino ad uccidere. Il rifiuto contraddistingue chi occupa posizioni sociali apicali. Ma il Signore vuole ad ogni costo celebrare il convivio con l’umanità, desidera piena la sala perché la festa è pronta; perciò non ha remore ad invitare anche ospiti non selezionati, non importa se buoni e cattivi, nessuno deve sottoporsi a preliminari esami d’idoneità. Nessuna scusa é valida perché tutto è gratuito e non si pretende un contraccambio, da qui lo spazio a poveri, storpi, ciechi, incapaci di restituire alcunché. Due sono le ovvie condizioni: accettare l’invito senza lasciarsi distrarre da altri interessi ed indossare una veste appropriata. Per il cristiano ciò significa liberarsi definitivamente dell’uomo vecchio per somigliare a Gesù, senza discriminazioni.
Tutti possono sperimentare il banchetto dell’uguaglianza, nessuno è tagliato fuori. La veste richiesta è un modo per ricordare la correttezza nei comportamenti, la volontà di orientare la propria vita secondo i dettami dell’amore di Dio. Egli non cerca uomini perfetti, ma persone incamminatesi, anche se a tentoni o claudicanti, verso la sala piena di peccatori perdonati. Il Signore lo sa perché non è un Dio lontano e separato; condivide l’esperienza perché gli sta a cuore la gioia dell’umanità. Chi non è vestito in modo adeguato di fatto non ha compreso il significato della festa, dove si gioisce salmodiando per ogni peccatore pentito, figlio che torna ad abbracciare il Padre.
La salvezza è un mistero di grazia affidata alle nostre mani operose, al nostro cuore partecipe. Secolarismo, agnosticismo, materialismo pratico cercano di minare la vita nella Chiesa, ma con umiltà e fiduciosa determinazione siamo invitati ad andare nei crocicchi delle strade del mondo e invitare tutti, specie gli sconfitti, i disperati, comunicando che il Padre è pronto ad accogliere, rincuorare, rifocillare, dare gioia. Quindi brindiamo alla vita bella, accomunati dalla possibilità di una esperienza gioiosa alla mensa della fraternità.