Letta, un dietrofront che sa di resa

Piero De Luca, il figlio deputato del governatore, è in pole come vice capogruppo Pd alla Camera. Nonostante un processo per concorso in bancarotta. Il segretario costretto a mettere da parte le riserve sulla dinasty salernitana

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C’eravamo tanto odiati, e adesso seppelliamo l’ascia di guerra. Va così nel Pd dei mille cacicchi e della tribù dei capibastone, in equilibrio funambolico tra correnti, per scongiurare il precipizio. Domani Piero De Luca sarà in rampa di lancio, per divenire vice capogruppo (vicario) dem alla Camera. E se arrivasse la promozione, sarebbe un colpo di spugna sugli antichi rancori fra Enrico Letta e De Luca sr. Livori giunti all’acme ai tempi del governo Letta. Vincenzo De Luca era viceministro alle infrastrutture, ma orbato delle deleghe, per volere del titolare Maurizio Lupi. Era l’epoca del doppio incarico: sindaco a Salerno, viceministro a Roma. E non tutti apprezzavano l’ubiquità deluchiana, in odor di incompatibilità. Ora però i dissapori sono congelati, in attesa di momenti migliori. E quindi il Cencelli Pd potrebbe consegnare a De Luca jr l’ambito salto. Intendiamoci: non che fra Letta e i De Luca – salvando le forme – sia scoppiato l’amore. Ma ogni inquilino del Nazareno – per tradizione – cammina sulle uova, e deve darsi pizzichi sulla pancia. Tregua armata, insomma, invece delle rituali faide democrat. Almeno fino al voto delle amministrative, un test cruciale per la nuova segreteria. Sul piatto c’è Salerno, ma anzitutto Napoli (nel senso di capoluogo). E né a Letta né al governatore conviene lo scontro, giocandosi la terza città d’Italia. La pax piddina prevede il consueto gioco a incastri: un posto a te, uno a me, uno a quell’altro. E guai se qualcuno rimane scontento. La riffa delle poltrone può premiare il giovane Piero, sostenuto da Base Riformista, i reduci del renzismo. Già. Pensandoci un po’: quanto stanno simpatici a Letta, gli ex sodali di #enticostaisereno? Ognuno se lo immagina. Ma i segretari del Pd passano, i De Luca restano. E non si può andar tanto per il sottile. Il (mancato) deputato di Salerno, nonché (ripescato) parlamentare di Caserta, oggi è in ascesa nel partito. Conta molto il peso della Campania, ma anche il lavoro di De Luca sr, neanche tanto dietro le quinte. Il governatore sta tentando di ritagliarsi un ruolo da avanguardia, fra i colleghi delle regioni meridionali. Un protagonismo ritmato battendo cassa, ogni qualvolta si parla di Recovery Fund. E con Campania e Puglia – due delle sette regioni amministrate – il Pd non può permettersi strappi. Eppure, tanto astio è dovuto scivolare via, fra le due sponde. Da viceministro, De Luca non la mandava a dire al suo premier. «Lo scontro in atto nel Governo – spiegava su Lira Tv – è ora uno scontro tra chi ritiene di aver fatto bene, come Letta o come Lupi, la cui attività io considero disastrosa e indecente, e chi, come me, ritiene che si sia fatto malissimo. Ad oggi nessuno è in grado di dire con certezza quante tasse si pagano sulle case: già questo fatto è vergognoso e indegno di un governo civile». E Letta non dimenticava. Sgambettato da Renzi nel 2014, lasciò Palazzo Chigi, autoesiliandosi da professore in Francia. Ma anche da lì non mancava di lanciare siluri, profilandosi l’assalto di De Luca alla Regione. Attacchi basati sulla condanna in primo grado del sindaco, nel processo sul termovalorizzatore, l’anno dopo cancellata in appello. «Se noi centrosinistra cominciamo ad applicare la doppia morale, penso che nell’arco di poco la gente ci abbandonerà e darà ragione a Grillo – argomentava Letta-. Se Berlusconi avesse candidato a governatore della Campania una persona nelle condizioni di De Luca, il Pd sarebbe sceso in piazza. La doppia morale è una cosa che non posso accettare e la denuncio quando accade». E a regionali vinte, nel maggio 2015, rincarava. «De Luca – affermava l’ex primo ministro in tv – è stato condannato qualche mese fa. Secondo la legge Severino non può fare il presidente di una regione. Per 20 anni abbiamo combattuto contro Berlusconi che si faceva le leggi ad personam, con quale credibilità ci troviamo oggi con una persona che è esattamente nella stessa situazione del Cavaliere?». Il giustizialismo contro De Luca irritava i renziani, allora all’apice del potere. In una zuffa su Twitter, il deputato Ernesto Carbone – passato alla storia per il «Ciaone» – incalzava il lettiano Marco Meloni: «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». E Letta, oggi, potrebbe concordare: dando l’ok a Piero De Luca, attualmente a processo per bancarotta, per il crac Ifil a Salerno.

(Dal Quotidiano del Sud – l’Altravoce della tua Città in edicola oggi)