L’Europa solidale parte da Salerno

SolidalCiti raccontato dai protagonisti

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“Scrivere del proprio lavoro di volontario è un raccontarsi perché l’attività di volontariato permette di entrare nelle storie, nella quotidianità, nella sofferenza dell’umanità”.
Così inizia il racconto di Carmine, Marika e Sara, volontari di ESC, Corpo di Solidarietà Europeo di Solidarity Alliance for Citizen Engagement across Europe, in cui Salerno, coerente con uno dei suoi simboli più suggestivi, fa “la  parte da leonessa” perché capofila di questo progetto come città italiana.
“L’opportunità di allargare lo spazio d’azione e di partecipare ai corpi di solidarietà europea (ESC) è persino un agire politico, in un mondo che va verso egoismi nazionali e criminalizzazione della solidarietà. Siamo stanchi – ci raccontano – di sentir parlare del lato peggiore dell’umanità. Non vogliamo voltare la faccia a ciò che non ci piace perché fa pur sempre parte di noi, ma vogliamo dare spazio alla consapevolezza che esiste una città solidale, che  vive la propria quotidianità come azione sociale e umanitaria, che rende la propria corporeità uno spazio politico. E così, camminando e domandando, ci siamo incamminati tra le associazioni di volontariato… per domandare, proponendo un questionario. Si tratta di uno strumento elaborato nel contesto del progetto europeo che ci vede partecipi, ed è uno  standard  per tutte le città europee partner. Per noi è stata anche una chiave d’ingresso in quelle realtà che operano in silenzio. Dietro una porta si nascondono sempre delle storie. Alcune ti riconciliano con l’umanità. L’altro giorno abbiamo incontrato un’associazione che si occupa di disagio psichico: mamme che per prime hanno  affrontato la sofferenza, ma che hanno  condiviso quel dolore  restituendo  ai propri figli spazi di socialità, amicizia e amore. Mentre una madre spiegava la geografia del Piemonte, un’altra spazzava per terra, un’altra ancora completava delle cornici, e un’altra sedeva tra i ragazzi. Ognuna secondo le sue capacità, mentre quei figli erano già di tutte. I bambini – raccontano i volontari di ESC – ci hanno accolto con sorpresa, quasi come evento raro. Sentivamo di suscitare curiosità ma di non saper dare niente di più che un sorriso. Stavamo per andarcene, una di quelle bambine si è avvicinata, ha allungato la sua manina per stringere quella più grossa di Carmine”.
“Quei pochi istanti – spiega Carmine – quella stretta leggera, quel contatto così intimo restituisce il valore aggiunto al mio essere volontario: scorgo negli occhi della madre un misto di gioia ed emozione, in cui mi riconosco”.
“Nel questionario – spiegano ancora i volontari – c’è una domanda che fa riferimento all’immigrazione, di quelle che a volte temiamo. Per essere certe di comprenderne il senso, una sorta di consulto collettivo s’improvvisava ogni qualvolta la risposta sembrava incerta.
“E che significa?” – chiede una mamma.
“Vogliono sapere se l’immigrazione è un pericolo” – risponde un’altra.
“No, no, nooo” – un coro spontaneo e unanime anche nei toni.
Morale della favola: è proprio vero che fa più rumore una foglia che cade rispetto a una foresta che cresce, anche in un momento in cui c’è qualcuno pronto a disgregare il corpo sociale di questa città e di questo paese: dalle cosiddette fake news alla mistificazione della vicinanza al popolo fino a costruire un moralistico buon senso. La posta in gioco è molto alta, se è stata messa in atto una campagna di odio, intolleranza, paura e desolidarizzazione, che presto imploderà in una bolla di livore. Perché l’associazionismo di strada come quello nostro respinge l’odio che si trasforma in paura, e resta in quel corpo sociale dove le lingue s/confinano e i colori della pelle si con/fondono.

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