L’inferno delle prostitute

Non escono più in strada e non hanno soldi per mangiare. Alcune continuano ad accogliere clienti in casa sotto il controllo del “padrone”

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C’è il mondo degli stereotipi, della propaganda, delle parole dette tanto per avere consenso elettorale e, poi, c’è la realtà. Quando si parla di prostituzione, tra questi due mondi, quello dei racconti di comodo e quello delle condizioni reali di vita delle ragazze e donne che si prostituiscono, non c’è nessun contatto. Da una parte, ci sono le storie inventate, le ordinanze anti-prostituzione, i dibattiti di maniera. Dall’altra parte, ci sono lo sfruttamento, la povertà, i clienti senza scrupoli, i legami ed obblighi familiari, la voglia di non arrendersi e di liberarsi nonostante le enormi difficoltà da affrontare.
Questa divaricazione tra narrazione e realtà è ancora più marcata oggi, nei giorni e settimane del coronavirus e della quarantena. Da un lato, c’è il racconto della prostituzione scomparsa dalla litoranea di Salerno. Come se fosse una liberazione. Come se con quei corpi via dalle strade tra Pontecagnano e Capaccio fossero scomparse anche le ragazze che in quei corpi vivono. Dall’altro lato, c’è la realtà di chi è obbligata a prostituirsi in casa perché non ha alternative e deve sopravvivere o perché è sotto la pressione di chi la controlla, comprese alcune cosiddette madame per quanto riguarda le ragazze nigeriane. Così come c’è la realtà di chi, non lavorando, si ritrova già, dopo pochissimi giorni di inattività, addirittura con la difficoltà di avere il cibo sufficiente per mangiare.
Quando si parla di prostituzione nel salernitano è a questo che bisogna pensare: a ragazze e donne che fanno ottenere molti soldi a chi sfrutta la loro vita, restando in una condizione di povertà. E quando la possibilità di lavorare manca, come in queste settimane di quarantena, è addirittura il rischio della fame a farsi vivo. Quasi immediatamente. «Le ragazze hanno difficoltà anche a mangiare, molte non hanno niente da parte», mi ha detto un’operatrice antitratta attiva a Salerno e in Campania. «Le ragazze che lavoravano sul Salernitano provengono dal Napoletano e Casertano e là stiamo cercando anche con il Banco alimentare di fare arrivare loro qualcosa».
È la stessa esperienza che mi ha raccontato un’attivista antirazzista del Movimento migranti di Napoli, di cui sono protagoniste anche ragazze nigeriane sottoposte in passato alla tratta. Secondo l’attivista, la situazione di molte ragazze e donne che vivono a Castel Volturno «è ai limiti, naturalmente». Qui, «le ragazze o continuano a prostituirsi senza avere ovviamente i dovuti sistemi di protezione, oppure non lo stanno facendo e, evidentemente, a meno che non sono sotto lo stretto controllo della madame, che, al tempo stesso, provvede alla sussistenza, sono veramente in estrema difficoltà».
Dunque, chi non sta lavorando, si ritrova in condizioni sociali gravi, dipendente in tutto o in parte dagli aiuti alimentari. Oltre che con le pressioni delle famiglie nel paese di origine, anche esse in forte sofferenza a causa dei mercati e degli esercizi commerciali chiusi, unica fonte di sostentamento per tanti nuclei familiari che vendono i prodotti della terra. Chi, invece, sta lavorando in casa si ritrova sotto il controllo di chi le sfrutta ancora più forte ed esasperato del solito.
La prostituzione, in realtà, non si esaurisce, non finisce. Scomparsa dalle strade della fascia costiera della Piana del Sele, essa si riproduce, in parte, nelle case. «Ci sono clienti che vanno». Questo accade sicuramente, nel caso delle ragazze nigeriane, nel casertano e nell’area di Giugliano, ma, probabilmente, secondo l’operatrice contattata, anche nella stessa Piana del Sele e nell’Agro Nocerino-Sarnese. Notizie sulla situazione delle ragazze bulgare e rumene, invece, non ne abbiamo attualmente. Sappiamo solo che non sono in strada, ma risultano sospesi tutti i contatti che esse hanno con le operatrici antitratta, che, in questo periodo, non possono incontrare.
Per queste donne, oltre cento persone, considerando solo quelle che lavorano nella zona litoranea di Salerno, il pacco alimentare non può bastare, ovviamente. Come mi ha detto l’operatrice antitratta, «per poter contrastare il fenomeno bisogna sostenerle anche economicamente, oltre che con il cibo». Bisogna evitare che quante si sono liberate dalla schiavitù del debito non siano costrette a ritornarvi a causa della mancanze di alternative. «È necessario rispondere alle terribili situazioni che tante stanno vivendo, con un rischio di rivittimizzazione anche di coloro che in qualche modo erano riuscite a tirarsi fuori. Bisogna tenere presente che le reti criminali ora possono riavvicinarsi a loro anche per tendere una mano. Temo che la disperazione le costringa a cedere alle loro proposte». Vanno estese, dunque, anche a queste donne le misure di sostegno economico, oltre che sociale, considerando, tra l’altro, che altre forme di protezione, in questo momento, risultano sospese. Ad esempio, spiega l’attivista di Napoli che per una ragazza che ha partorito da poco, erano quasi riuscite a farla inserire in una struttura di protezione, «ma con il Covid 19 e le misure di contenimento in corso è diventato impossibile inserire qualcuno in un centro». Ed anche questo si trasforma in un fattore di indebolimento e sfiducia. È evidente, allora, che bisogna fare arrivare aiuti anche a questa parte della popolazione, altrimenti condannata alla subordinazione a gruppi e reti criminali di sfruttamento e violenze. Oppure condannata ad avere rapporti sessuali anche durante la pandemia in corso con clienti che l’operatrice antitratta contattata non riesce a definire che «criminali, come chi sfrutta. Criminali anche loro. Davvero faccio fatica a credere che il genere umano arrivi a tanto».

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)