Erano due mesi che non usciva di casa se non la mattina presto e la sera prima che la notte coprisse ogni cosa con il suo velo. Il resto del tempo lo passava a pulire la casa in maniera maniacale. Dall’esterno nessuno se ne sarebbe accorto, e nessuno sarebbe venuto a fargli visita.
Non avrei dovuto essere lì
Il bambino che era stato era taciturno, amava osservare il mondo, gli altri, più che comunicare con loro attraverso i suoni.
Una cosa che lo rassicurava, guardare.
Catalogare, attraverso gli occhi, ogni cosa, senza fastidiose interruzioni, gli procurava piacere.
Non faceva distinzioni tra bello e brutto.
Le emozioni erano tutte belle, soprattutto da quando aveva capito che riusciva anche ad attraversare il dolore.
Un’operazione ancora più facile da fare.
Il dolore è contagioso, affratella.
Eppure spiare gli anfratti delle persone rende pazzi, ma basta entrare solo per un attimo nel minuscolo frammento del tormento altrui per non perdersi per sempre.
“Siamo tutti topi impazziti nelle scatole delle emozioni”- amava ripetere.
Una sensazione che a mano a mano che cresceva affinava e sperimentava con le donne.
Gli piaceva trapassarle con lo sguardo, in silenzio e a debita distanza.
Non riusciva a smettere.
Possessione 
Possederne il volto.
Dargli la forma che voleva.
Sedurle con gli occhi.
Le leggeva.
Imparava.
La compagna di giochi
“È apparsa all’improvviso nella mia vita.
Mi ha guardato e tanto è bastato.
Come me non parla.
Di fronte alla domanda più banale arranca.
Come se avesse perso il ritmo.
Quello lento/progressivo che la vita imprime a ciascuno”.
Avrebbe tentato altre volte.
Piccoli spiragli.
Schermaglie.
Lontana.
Distante.
La vita che le scivolava addosso.
La resa
Fino a quando non aveva colto un lampo.
Un segnale.
Quel piccolo spiraglio che gli avrebbe permesso di insinuarsi nei suoi più reconditi recessi.
Passo a due
“Ogni volta che l’affiancavo mi ricacciava.
Con mano ferma mi allontanava.
La volevo.
La perdevo.
La tenevo sulla corda.
Tendendo il filo che ci legava.
La stringevo al punto di bloccarle il respiro.
La sentivo ansimare nella notte, quando il caldo, l’assenza, la rendevano vicina.
Sentivo il suo respiro regolare.
Le sue mani su di me.
La rappresentavo, a me stesso, in tutte le varianti possibili.
L’ho posseduta come nessun altro, tendendo la corda.
Quella corda che in due tiravano.
Il dominio del silenzio
Avevo scoperto che tra noi non era necessario parlare.
Malati, ci prostituivamo sull’altare dell’egoismo, convinti di poterci rincorrere senza dovere pagare nulla a noi stessi.
Avevo capito che anche lei aveva un’anima da voyeur.
Quanto più la osservavo, tanto più mi si concedeva.
La vedevo avanzare.
Lontana eppure accessibile per me.
In quei momenti provavo un dolore sordo.
A volte scompariva tra la folla senza che potessi trattenerla nello sguardo.
La malattia 
Qualcuno mi ha detto, da bambino, che osservare in maniera ossessiva le pause, la vita mi avrebbe reso diverso.
Spiare negli avamposti della pelle degli altri rende la mia vita sopportabile, possibile.
Anche lei lo sa.
La costringo.
Come un entomologo sfioro il suo corpo con gli occhi.
Lo sento vibrare come fa il plettro con le corde.
Ne riconosco la linea.
Le coordinate.
Cos’altro potrei chiederle?
Voglia di normalità
Sarebbe bello tornare indietro, a un tempo cristallizzato nel ricordo.
Come se fosse tornato il mio tempo bambino, popolato di attese.
Io con lo sguardo che trabocca di felicità mentre la parola non risuona.
Non corrode gli attimi.
Lei lo sa e fluttua.
La recita
Fluttuare è l’unica cosa che le riesca.
Oscilla con la musica nelle orecchie per seguire il suo filo perduto.
E mentre lo fa recita a soggetto.
Solo per me.
Non sono compresi spettatori altri.
Non sarebbero consci di ciò che accade.
Il continuo rimescolio delle carte.
La freddezza con cui ci feriamo l’anima.
L’abilità di guardarci tendendoci senza pietà.
Il potere degli sguardi
Mi rivedo raggrinzito.
Spaurito.
Non pensavo che la vita potesse essere buona.
Non credevo che lo sguardo di una donna si sarebbe posato su di me.
Non so se realmente mi piaccia o è solo il fatto di scatenare in lei il piacere a eccitarmi.
A volte mi guarda a bocca aperta, mentre mi regala uno dei suoi sorrisi immensi, con quegli occhi che ogni volta che si posano su di me sembrano spalancare le porte delle sua anima.
Quella che tiene ben stretta e alla quale è fermamente ancorata.
Avvinghiata.
Come se uno sguardo, una carezza la distogliessero da sé.
I suoi angoli oscuri, solo a me chiari, mi offrono sempre delle prospettive insolite da sondare.
Come quando esplode una bufera, un tornado e dopo è possibile toccare la quiete.
La condivisione
Tocco la sua quiete.
Sorrido al pensiero di vederla in pace, in quello stato di consapevolezza vigile che non è dato a tutti di interpretare.
Ne soffro, anche se temo per averla vista in tutta la sua fragilità.
Potrei raccoglierla come si fa con qualcosa di morbido.
Tenero.
Un budino.
Mi piace il fatto che sia un dolce al cucchiaio.
Come lei.
Continuo a guardarla.
Il piacere 
Sento un orgasmo violento percorrere il mio corpo.
Godo in silenzio con tutti i nervi e i centimetri di pelle a disposizione.
Come piace a me.
A lei.
Gode come me.
Attraverso il mio sguardo, in silenzio, riconquista posizioni.
Il tempo si dilata.
La spoglio con gli occhi.
Lei li abbassa nascondendoli in una sorta di ritrosia che è anche pudore.
Gli spazi si ricompongono.
Più la spio e meno mi basta.
L’espiazione
Vedere con chiarezza è non agire.
La coltre non si dissolve.
Per questa ragione non amo i colori netti.
Capita che li indossi.
Come fa lei con il nero.
Ci gioca per depistarmi.
È la base su cui consuma la sua voglia di nascondersi.
Ogni tanto il nero, l’unica linea retta che in lei riconosca, ha una dominante altra.
La macchia di colore decisa, così decisa da farmi male.
Come mi fa male questa diffida ad avvicinarla e che mi costringe a firmare mattina e sera al commissariato, e mi costringe a scrivere per liberarmi dalla violenta emozione che mai più potrò provare guardandola.”