Rivolta nel Cilento, vietato nascere

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Se a Salerno di sera le rutilanti luci di Natale comunque la illuminano, nel Cilento è notte soprattutto fonda quando si parla di sanità e della relativa organizzazione. Dopo l’esperienza di una giornata trascorsa in un ospedale pubblico può apparire provocatorio al comune sentire l’invito a consolidare la speranza malgrado il magone causato dallo spettacolo al quale si è assistito. Chi opera in queste strutture dovrebbe considerare la prospettiva dell’ammalato, dolorante e bisognoso di aiuto, devastato nel proprio intimo per il passare oltre di tanti portatori d’indifferenza. Tanti operatori troppo spesso dimenticano cosa si deve fare per il bene pubblico, mentre l’orizzonte mentale di chi lavora in ospedale dovrebbe essere innanzitutto quello di una missione. Appena ci s’imbatte in un ricoverato in difficoltà, occorre manifestare una simpatetica attenzione mentre s’inizia un vero rito di carità: crescendo di azioni in evidente contrasto con l’indifferenza di chi, aggirandosi per il plesso, volta la faccia per non vedere nel volto di un sofferente il bisogno profondo di comprensione. La prossimità emotiva nel fasciare ferite consente di prendersi olisticamente cura della persona. Il buon samaritano che opera negli ospedali ha il cuore pieno di tenerezza, la mani operose, la premura assoluta anche per il futuro del ricoverato. Ovviamente tutto ciò appare caramellosa poesia se la gestione dei nosocomi risponde al altre priorità e, con la scusa del risparmio per evitare sprechi, si procede a tagli indiscriminati privando la struttura non del superfluo, ma del necessario per funzionare decentemente.
L’eco di tanti episodi del genere esce timidamente dalle porte del sempre più disastrato ospedale di Vallo per spandersi in tutto il Cilento, regione colonizzata dai poteri forti ora impegnati a saccheggiare anche il suo reticolo sanitario. Spontanea la domanda: che fanno i politici? Dove sono coloro che hanno tratto vantaggi dalla gestione di strutture nelle quali come dirigenti piazzano ai vertici obbedienti sodali, hanno brigato per garantirsi fedeli sacerdoti di Esculapio, hanno operato perché infermieri e impiegati fossero innanzitutto portantini elettorali, mentre riconoscenti fornitori di macchinari e di medicine in modo ammiccante hanno continuato a non dimenticarsi di chi li ha favoriti.
In questo periodo di vacche magre e di minacciata rottamazione, i più forti stanno facendo la voce grossa, di conseguenza nel Cilento si chiudono strutture, si riducono reparti, si penalizza il personale togliendo ai cittadini, soprattutto ai più deboli e bisognosi, anche la speranza di un posto letto, vera decimazione che risponde a logiche militari e non ai servizi sanitari! L’ultima disastrata decisione è stata la chiusura dei reparti di natalità, un calcio alla speranza perpetrato da programmatori dello sfascio sanitario, tattica utile per moltiplicare le opportunità d’intervento in situazioni di emergenza e, quindi, procedere a provvidenze fatte di concessioni graziose, utili per rattoppare consensi elettorali, una tragedia per il bene comune.
La scorsa domenica a Vallo un gruppo di cittadini ha cercato di reagire denunciando l’assurdo delle condizioni della sanità in Campania, che nel Cilento si segnala per l’oscitanza oltre che per disfunzioni. Su questo ammasso di problemi domina un demiurgo il quale, utilizzando una retorica minacciosa, redarguisce chi si permette di fare qualche osservazione. Il suo operare ampolloso e supponente gli consente di manovrare i collaboratori incaricati di puntellare il suo personalissimo potere. “Personaggetti” proni e pronti a trasformarsi in “yesman” anche nel Cilento circondano il “leader maximo”, paghi della fatua opportunità di una fotografia quando si precipita nel sud della provincia di Salerno per reiterare promesse alle quali non ha fatto mai seguito una effettiva ed efficace realizzazione.
Le questioni sul tappeto non si risolvono considerando solo le statistiche sulla natalità, ma valutando il motivo perché si penalizzano i reparti col blocco delle assunzioni, con l’assenza di primari, con un personale insufficiente e macchinari obsoleti perennemente bloccati. La ripartizione dei fondi dovrebbe tenere conto dei bisogni primari anche nelle zone più disagiate e distanti dai centri del potere per bloccare una volta per tutte la logica dello scarto pronto a svendere, con la speranza, anche la dignità delle periferie. Si potrebbe rispondere facendo riferimento alle tragiche condizioni del bilancio. Invece occorre avere il coraggio di riconoscere che i buchi sono altrove. Se bisogna accorpare e razionalizzare va considerato anche il reticolo dei collegamenti stradali e non solo il processo di spopolamento. Altrimenti si arriva all’assurdo di chiudere i punti nascita nel sud della provincia, già segnata da tagli indiscriminati, per mantenere otto ospedali sorti nell’arco di 80 km, dove la densità della popolazione è alta e i politici particolarmente indaffarati!
Rispetto a burocrati politicizzati, presunti esperti, forse sarebbe meglio ascoltare i malati fruitori dei servizi che la politica del welfare dovrebbe assicurare. I problemi delle strutture sanitarie di Sapri, Polla, Agropoli, Roccadaspide, Vallo vanno affrontati non sollecitando reazioni che ricordano i “capponi di Renzo”, ma ricorrendo a una sinergia empatica, che spinge a ragionare per trovare la soluzione migliore nell’interesse di tutti. In tal modo si consolida il senso di comunità. Una vincente unità aiuta a risolvere le emergenze e consente d’individuare prospettive capaci di garantire feconde opportunità. Domenica scorsa, una iniziativa partita dalla cittadinanza ha coinvolto amministrazioni comunali e rappresentanti istituzionali di vario colore politico ponendo l’indilazionabile problema delle strutture sanitarie nel territorio a sud di Salerno. Anche la Chiesa si è fatta sentire in questa circostanza, suscitando speranze per un ruolo di supplenza che potrebbe ricordare quello svolto dopo le macerie del 1945. Ha ricordato ai politici e agli amministratori che porre attenzione alle istanze dei cittadini è il primo loro dovere. Per sollecitare le coscienze occorre condividere un comune destino integrando l’azione dei centri decisionali. Il Vescovo ha fatto leggere ai parroci la sua lettera di adesione e sostegno alla manifestazione invitando a operare per una integrità territoriale oltre i confini burocratici e amministrativi. Perciò i sindaci dovrebbero operare optando per un metodo di lavoro unitario, senza cedere alle illusioni della bacchetta magica di un presunto messia. Infatti, un efficace cambiamento per avere risultati stabili richiede la sinergia di un passo alla volta, prestare attenzione alle condizioni dei cittadini e sollecitare relazioni armoniose per valorizzare il capitale sociale.
Luigi Rossi