L’odissea del nigeriano espulso da Salerno

Le istituzioni proteggano questo trentenne, ristretto nel Centro per i rimpatri di Bari: egli porta sul corpo i segni delle torture in Libia

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Il centro per i rimpatri di Bari, divenuto luogo di reclusione etnica

Dopo avere rinchiuso una persona in un centro di espulsione cosa cambia? E cosa ci dice di noi, della nostra società e delle nostre istituzioni, se il suo stato di salute psichica richiederebbe un aiuto e un percorso di cura, invece della detenzione amministrativa? E cosa accadrà a questa persona se verrà espulsa, priva di sostegni e di risorse?
Sono domande fondamentali da porci per capire, al di là dello scandalismo e della propaganda.
Il 6 agosto, un uomo di 30 anni, di cittadinanza nigeriana, è stato fermato dalla polizia a seguito di una segnalazione, dopo essersi lavato nudo per strada, in via Generale Clark a Salerno. È risultato privo di documenti e, quindi, avviato al Centro per i rimpatri di Bari. Una persona, nota a molti in città, anche ad alcune associazioni di volontariato vicine a chi è senza dimora, che porta sul corpo i segni delle torture in Libia. Una persona con necessità psichiatriche da riconoscere e affrontare. Una persona in evidente condizione di fragilità alla quale la reclusione può solo peggiorare la vita.
Un uomo abbandonato, al quale non si riesce a rispondere se non con un’espulsione.
Chiediamo alla Questura di Salerno, al Giudice di pace e a chi gestisce il Centro per i rimpatri di Bari di intervenire per proteggere questa persona, riconoscendone i bisogni di cura, non soffermandosi davanti alla presenza o meno di un documento, ma dando priorità e valore alla persona, ai suoi bisogni, alle sue sofferenze.
Trasformiamo una tragedia, come quella dell’espulsione e delle violenze, in una opportunità di vita migliore, per l’uomo nigeriano interessato e per tutti noi.
Si può fare.