Respinge l’etichetta di candidato del rettore uscente Tommasetti. Ma se dovesse scegliere uno slogan, sarebbe “evoluzione, non rivoluzione”. Enzo Loia, il più votato nella prima consultazione, è pronto al nuovo round elettorale, nella corsa a rettore dell’università di Salerno. Un confronto reso serrato dall’accordo fra altri tre candidati, per convergere su Maurizio Sibilio al prossimo turno. «Questa è una mia opinione personale, ne faccio una questione molto legata al legame embrionale fra il candidato e il suo programma.- premette il direttore del Dipartimento di Studi Aziendali-Management & i sistemi innovativi dell’ateneo – Ritengo che queste aggregazioni siano, se vuole a priori, degli esercizi un po’ difficili in un’ottica di conversione»
Professor Loia, cosa non la convince della piattaforma programmatica dei suoi concorrenti Sibilio, Aprea e Tortora?
Ognuno di noi, legittimamente, ha la sua identità e autonomia di candidarsi a rettore. Io ritengo che una specie di assemblea di rettori che ne identificano uno, agli occhi e soprattutto ai cervelli dell’elettorato, ponga delle serie perplessità. Sono aggregazioni che, qualche volta, da un lato impreziosiscono, perché ciascuno porta delle esperienze. Però da un punto di vista della governance probabilmente c’è una certa complessità. E a mia parere sarà motivo di discussione. Io resto molto orientato al vedere, di una persona che si è candidata, se si è candidata perché riteneva di poter fare il rettore. E se poi, dal punto di vista dell’espressione elettorale, questo non è possibile, io onestamente non avrei cercato altro, e mi sarei ritirato.
I suoi avversari rimarcano come l’intesa poggi su candidature costruite “dal basso”, contrapponendosi alla sua, che invece riceve il sostegno del rettore uscente Tommasetti.
Se io ho ricevuto l’appoggio di Tommasetti è nel senso che il rettore uscente è stato uno dei miei 466 voti della prima consultazione. Sul “modello dal basso” dico che io sto in un ambito di scienze aziendali, in cui mostriamo l’efficienza dei modelli. Allora non esiste il “modello dal basso” o “il modello dall’alto”. Esiste un programma di passioni, di obiettivi. Poi esistono i ruoli istituzionali che eseguono. Il resto mi sembra un po’ più entrare in un’ottica di modelli che mi sembrano un po’ troppo obsoleti rispetto a quella che è la guida di un ateneo.
E allora qual è il suo modello di governance accademica?
Il modello di governance che io propongo è quello che esiste in tutti gli atenei che onestamente funzionano. Un rettore che ha un nome e un cognome, un prorettore, i delegati, i senatori. Io, in questo momento, l’unico nome che ho in testa è quello di Enzo Loia come candidato a rettore. Una volta che sarò eletto andrò a effettuare una seria riflessione su quali dovranno essere gli altri nomi, non ne faccio ora una questione di individuare gli altri nomi.
 
I suoi antagonisti sottolineano come la loro proposta integri una discontinuità dall’attuale gestione. E indicano nella sua candidatura una certa continuità. Come risponde?
Questo è un tema che molto spesso è stato evidenziato. Io ritengo che ognuno di noi abbia una propria storia e una propria personalità, che vuol dire una propria autonomia. A sentirmi dire che il professor Aprea o il professor Sibilio sono la continuazione di Pasquino, come io sono la continuazione di Tommasetti, onestamente avrei forte perplessità. Certo, siamo stati tutti colleghi che hanno vissuto l’epoca di Pasquino, e io lo ricordo come un rettore che ha amato molto la propria università. E ho cercato sempre di rispettare i ruoli istituzionali. Ho rispettato il ruolo di Pasquino e quello di Tommasetti. Questo vuol dire dare il proprio apporto. Ora, se questo significa essere continuativo, allora ognuno di noi dovrebbe esserlo, perché vuol dire che rispetta i ruoli istituzionali.
Lei rifiuta quindi l’accusa di “continuismo”. Perciò, cosa intende innovare dell’esistente, o se preferisce cosa vorrebbe aggiungere?
Mi piace il termine aggiungere. Penso che dobbiamo arricchire più che smontare. Io credo molto di più nel concetto della evoluzione che in quello della rivoluzione. In un contesto di evoluzione nell’università di Salerno, ritengo ci siano tutti i presupposti per una grande evoluzione a livello di apertura internazionale e nel far ulteriormente promuovere la visione di una università con fortissime interazioni con i grandi player aziendali e industriali. In modo che si crei un tessuto di alta tecnologia, non solo dentro l’università ma anche intorno. E per intorno intendo i campus di Fisciano e Baronissi, con una crescita di una vero e proprio distretto hi-tech.
Un’ultima domanda, relativa ad un altro tema di cui si è parlato molto. Qualcosa che inevitabilmente ci riporta a Tommasetti, candidato alle europee: ritiene opportuno che un rettore entri in politica? 

Ripeto inequivocabilmente che l’università deve restare il luogo dell’autonomia più totale, da qualunque possano essere le espressioni politiche. Ovviamente l’università non è un’isola nell’oceano, e quindi deve essere un luogo dove si possa discutere di tutto. Ma l’università per me è la difesa dell’autonomia: dai pensieri o dagli orientamenti politici, religiosi, economici. È il luogo della libertà assoluta del pensiero, e quindi non può e non potrà mai essere legata ad una bandiera politica.