L’ora più buia nella storia della Sanità campana

Con un’emergenza come quella che stiamo vivendo, i fatti hanno buon gioco sulla propaganda. Stavolta saremmo stati felici di non doverlo constatare

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Con un’emergenza come quella che stiamo vivendo, i fatti hanno buon gioco sulla propaganda. Stavolta saremmo stati felici di non doverlo constatare. Ma non passa giorno senza che gli impresari della paura che hanno basato la campagna anti Coronavirus su un populismo impregnato di securitarismo depistante, vengano smascherati dalle inefficienze strutturali di un sistema sanitario regionale che si sta afflosciando come un castello di carte. In Campania si muore di Covid-19 perché la discesa verso i livelli più bassi, elementari, dell’assistenza è un viaggio nell’orrore. Anche oggi, il primo sfoglio del giornale è dedicato al massacro dei medici dell’emergenza, costretti a operare in condizioni subumane. Cominciano ad essere numerosi i decessi per diagnosi tardiva: aumentano i casi in cui, pur in presenza dei sintomi classici della malattia, ai pazienti è stata imposta la semplice quarantena domiciliare senza alcun altro intervento. La regola è che si arriva al tampone dopo 7-10 giorni di febbre e tosse, quando la situazione polmonare è già compromessa. Una selezione agghiacciante (si salva chi ha potuto accaparrarsi un posto in terapia intensiva), che si potrebbe evitare organizzando un piano di assistenza domiciliare, che la Campania non ha. Come non ha un assessore alla Sanità, e nemmeno un commissario per l’emergenza epidemiologica. Tutte le regioni, perfino la Lombardia, hanno un piano per l’exit dal lockdown, noi no, perché non riusciamo a prevedere il picco. Uno scenario da incubo, che si cerca di mascherare alzando la voce, o facendo cabaret, o entrando in conflitto col governo con ordinanze draconiane sugli spostamenti. C’è un ottimo motivo per cercare di sopravvivere all’ecatombe: la resa dei conti, dopo, con chi ci ha ridotti così.

(Dal Quotidiano del Sud-L’ALTRAVOCE della tua Città)