L’origine del velo

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Nella Medina del 600 d.C., le donne che uscivano di sera per fare delle commissioni venivano importunate da dei poco di buono, che le prendevano per prostitute. Madri e figlie si lamentarono con i loro mariti e padri, che ne parlarono al Profeta, il quale si rivolse a Dio chiedendogli cosa fare.

“Di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese”. Ma Dio è indulgente e clemente. (Sura XXXIII, versetto 59).

Nessun cenno a niqab o burqa, ma solo ad un sentimento di separazione tra credenti e non («distinguerle dalle altre»), e protezione («non vengano offese»). Il messaggio è perentorio, ma quel «Ma Dio è indulgente e clemente» sembra mitigarlo e dirci, esempio lampante della morale coranica, che non è il caso di eccedere e che non dobbiamo essere troppo zelanti nell’applicare la parola divina.

Questo per dimostrare che in nessun passo del Corano si dice che le donne debbano uscire in strada avvolte in un velo integrale come fantasmi o mummie. Tra le donne che oggi portano il velo, certe lo fanno per evitare che gli uomini le importunino per strada (come nella storia delle origini) ma non si tratta di negare il corpo della donna nascondendolo come un oggetto curioso che porta scandalo o infelicità.

Certo, si deve riconoscere che lo statuto della donna nell’islam è inferiore a quello dell’uomo. Ma lo stesso avviene anche nelle altre religioni monoteiste. Questa diseguaglianza, affermata a chiare lettere nel testo coranico, è da riportare al contesto temporale e geografico in cui viene presentata. Siamo nel VII secolo, fra le tribù beduine dell’Arabia che, prima dell’arrivo dell’islam, adoravano idoli in pietra e talvolta seppellivano i loro neonati, se erano di sesso femminile.

Il versetto sulla superiorità dell’uomo rispetto alle donne è il 34 della Sura IV: “Gli uomini hanno sulle donne autorità per la preferenza che il Dio ha concesso al maschio sulla femmina e a causa di ciò che essi hanno speso per loro delle sostanze proprie. […] Temete l’infedeltà di alcune di esse? Ammonitele, relegatele sui loro giacigli in disparte, picchiatele: ma se tornano a miti sentimenti di obbedienza, allora basta, va bene così”.

È detto, sì, che uomo e donna hanno pari statuto dal punto di vista metafisico, hanno cioè una pari dignità spirituale. Ma quella che è chiaramente affermata è la loro diseguaglianza sociale. Ecco, allora, un esempio della lettura letteralista del Corano. Se non si inserisce questa diseguaglianza nel contesto appropriato, dovremmo fare come se non fossimo nel XXI secolo e la condizione sociale, economica e psicologica della donna non fosse ampiamente cambiata.

La lettura razionalista è quella dell’intelligenza che relativizza i fatti. Purtroppo pochi musulmani osano ricorrere a questo tipo di intelligenza, perché escludendola possono esercitare un dominio sulle donne, col presunto appoggio della parola di Dio. Ma Dio non ama l’ingiustizia, i maltrattamenti, la schiavitù. Se un uomo rispetta la condizione della donna e la tratta come pari dell’uomo, non sarà meno musulmano di chi invece esercita su di lei il suo potere, anzi.