Due vite, due carriere associate da una storia e da una comune tradizione letteraria. Un’amicizia, quella tra la regista salernitana Giustina Laurenzi e la scrittrice Dacia Maraini che quest’anno compie quarant’anni. Tanto tempo è trascorso da quando, in occasione di una manifestazione in un teatro di Rimini, la già affermata scrittrice siciliana, l’autrice del celeberrimo “La lunga vita di Marianna Ucria”, le si avvicinò e, colpita dal suo talento e dalla sua forza di volontà, le chiese di curare la regia di un suo spettacolo teatrale. “Da quell’atto di stima nei miei confronti – afferma la Laurenzi – la nostra amicizia si è consolidata e Dacia rimane una delle miei guide oltre che un’amica preziosa”.
Una carriera, quella di Giustina Laurenzi, che si è divisa e si divide tutt’ora tra Salerno e Roma. Formatasi al corso di sceneggiatura di Gigliola Scola ed al laboratorio teatrale della stessa Dacia Maraini, è stata a lungo regista e consulente Rai, autrice di programmi televisivi, radiofonici e video-documentari.
Lunedì, 3 giugno, su iniziativa dell’Inner Wheel Salerno Carf, del Soroptimist con la collaborazione di altre associazioni femminili quali Fidapa, Associazione in movimento, 50 e Più, Circolo dei Lettori, Dacia Maraini incontrerà Salerno in occasione della pubblicazione de “Corpo felice. Storia di donne, Rivoluzioni ed un figlio che se ne va” (Edizioni Scala, 2018). Nel corso dell’incontro sarà presentato il documentario sulla vita e le opere della scrittrice intitolato “Portatrait”, a firma della stessa Giustina Laurenzi.

Giustina Laurenzi, la sua amicizia con Dacia Maraini compie quarant’anni. Un tempo in cui avete condiviso due importanti tematiche: l’emancipazione della donna e la letteratura come impegno civile. Lei conosce a fondo la bibliografia di Dacia Maraini. il suo nuovo “Corpo felice” in quale chiave di lettura potrebbe essere inquadrato?
Sono quarant’anni che ci lega una profonda amicizia e una grande stima (bontà sua) reciproca. Ricordo che un giorno, all’inizio della mia carriera, mi lamentavo con lei del fatto che non guadagnavo niente e lei mi disse “Io ho cominciato a guadagnare a 40 anni… tu hai talento e devi andare avanti”. Devo a lei se ho continuato con la regia.
Il suo ultimo libro mi ha riportato a quel periodo perché Corpo felice ha due linguaggi: il primo è privato, con quel suo continuare a parlare con questo figlio morto prima di nascere ma che lei vede crescere nella sua immaginazione con i problemi dei suoi coetanei e quelli che Dacia incontra nei suoi numerosi dibattiti con i ragazzi delle scuole. L’altra faccia del libro è costituita da uno straordinario saggio sulla condizione femminile, sulla storia delle donne, quella stessa storia che andavamo analizzando negli anni del femminismo, gli anni che ho vissuto con lei al Teatro La Maddalena di Roma.
Questo dualismo credo sia anche motivo di novità nel suo libro.
La scrittura della Maraini è stata definita “realistica”. Lei è d’accordo con questa lettura critica?
In qualche modo credo di averle già risposto, ma per dirla in una frase, Dacia é così  padrona del gioco della narrazione che passa, o meglio, attraversa la realtà sempre a cavallo dell’immaginazione.
La sua collaborazione con Dacia Maraini inizia grazie al teatro. Cosa ricorda di quell’esperienza?
Non dimenticherò mai il momento in cui mi avvicinò ad un convegno di teatro delle donne a Rimini e mi chiese senza alcun preambolo se volevo affiancarla nella regia di un dramma su Juana Ines de la Cruz, una poetessa che aveva scelto di farsi suora per evitare di andare in sposa ad uno sconosciuto e non poter continuare a scrivere. Mi occupavo già di teatro, ma quello fu il mio ingresso nel panorama nazionale.
In quale direzione secondo lei dovrà rivolgersi la società di oggi per una maggiore conoscenza dell’universo femminile?
Nel dare sempre spazio alle donne che mi pare non abbiano mai deluso le aspettative.  Come tutti quelli che devono farsi conoscere, affrontano qualsiasi cosa con volontà e precisione… forse non tutte, è vero, ma il seme che si è gettato negli anni del femminismo é un dato imprescindibile.
Da regista e sceneggiatrice ha incontrato anche Lina Wertmuller. C’è un filo rosso tra la sua produzione cinematografica e quella della Maraini? 
Direi di no, anche se Dacia e Lina si amano molto, ma la prima é più riflessiva, più studiosa, l’altra é una bomba innescata… e poi Lina ha seguito la lezione di Fellini di cui è stata assistente e la sua cifra é molto espressionista. Ha un segno estremamente carico di senso, di sensualità, di colore.
Si è spesa molto per la sua città: il Teatrogruppo, per citare una grande esperienza culturale oltre che teatrale, nacque anche grazie a Lei. Salerno, così frenetica e talvolta artisticamente indecifrabile, ha contraccambiato questa sua generosità?
Io ho avuto una grande fortuna in un’epoca in cui Salerno era una città  spenta culturalmente… c’era solo l’Università con autorevoli professori. Il Teatrogruppo coi suoi militanti è stata una grande lezione di vita oltre che d’arte e, infatti, da allora non ho più lasciato quel mondo. Dopo trent’anni di vita romana professionalmente trascorsa alla Rai, sono tornata a Salerno per viverci e lavorarci come solo in una città a misura d’uomo si può fare. Oggi sono tante le persone che fanno cultura a Salerno e quando mi è possibile cerco di collaborare con loro perché, come mi hanno insegnato gli anni di Teatrogruppo, é insieme che si fanno le cose migliori.