L’assenza radicale è vissuta oggi in modo drammatico. L’avvertiamo di fronte alla crisi in atto nella giustizia, perché emerge evidente la mancanza di quel soggetto che la questione l’aveva posta al centro delle sue iniziative politiche. Come interpreti la vicenda radicale dopo Pannella, entro il contesto così poco rassicurante che viviamo?
In gran parte, Pannella ha identificato sé stesso col partito radicale. Molti lo hanno criticato proprio per la personalizzazione del partito, anche perché era presente e attivo continuamente in tutti i campi e soprattutto quello della giustizia. Tuttavia, io penso che nel partito radicale c’erano anche altre personalità che hanno avuto un certo ruolo. Fra queste sicuramente Emma Bonino, ma anche molti altri che hanno rivestito diverse cariche. Non voglio fare un elenco perché sarebbe scorretto da parte mia, però sono convinto che ci sono state persone di un certo livello politico e culturale che hanno espresso idee importanti.
Certo, dopo la morte di Pannella, le cose sono cambiate di molto perché il partito radicale era interpretato dall’esterno come coincidente con lui stesso. Ignorando, fra l’altro, una platea radicale che – tutto sommato – era più vasta di quanto emergeva allo scoperto. Solo chi seguiva attentamente le vicende radicali sapeva che così stavano le cose. Nel consenso come nel dissenso con Pannella, perché come sappiamo ci sono stati anche dei dissensi.
Dopo la scomparsa di Pannella una questione è esplosa. È esploso il dissenso attivo con la Bonino, che già Pannella stesso aveva manifestato criticandone, in un congresso, l’allontanamento. Oltre ai problemi di natura personale, ritengo che maturasse anche un qualche dissenso sul modo di fare politica e quale politica sostenere. La frattura ha riguardato non solo Bonino, ma tutto il gruppo dei Radicali italiani radunatosi intorno a lei, contro il quale la nuova direzione, che ha condotto il congresso di Rebibbia dopo la morte del leader, ha lanciato accuse pesanti.
Si è giunti così a una separazione, che personalmente giudico sbagliata. Sbagliata perché non si è capito che i radicali uniti dovevano semmai recuperare i dissensi che c’erano stati anche prima e lavorare per allargare una rete… Non è stato così, la rottura si è consumata e i Radicali italiani hanno aderito alla lista +Europa, partecipando alle elezioni nazionali ed europee, non registrando i successi che speravano. Gli altri compagni radicali, che rivendicano l’eredità di Pannella, hanno anche fatto una campagna contro la partecipazione al voto e si è accentuata la lacerazione, che – ripeto – considero un errore, perché questo significa non dare alla cultura radicale quello spazio che avrebbe meritato per le cose che i radicali hanno fatto, soprattutto sul terreno dei diritti civili e della giustizia.
Lo stato delle cose è purtroppo questo oggi. Assistiamo all’attacco vergognoso dei 5Stelle a Radio Radicale, che esercita una funzione pubblica come è stato giustamente rivendicato. Una funzione democratica molto importante per chi segue le vicende italiane e la morte di Bordin, per tanti anni voce della radio, ha accentuato queste difficoltà. Personalmente sono contento ci sia stato in Parlamento uno schieramento molto largo per difendere la sopravvivenza di Radio Radicale, però la politica radicale con i due tronconi a me pare viva profonde difficoltà in un momento in cui alcuni problemi, come appunto quelli della giustizia, richiederebbero una presenza più attiva dei radicali. Anche perché abbiamo un governo giustizialista, un Guardasigilli giustizialista in maniera vergognosa, per cui si sente il bisogno di una iniziativa che sia al livello di quelle manifestate con Pannella. Penso, pertanto, sia avvenuta una mutilazione della storia radicale e non so se sarà possibile una ricomposizione.

 La debolezza dei due tronconi radicali impedisce di affrontare la questione giustizia, mentre proprio quello che sta accadendo in queste settimane dimostra come l’analisi radicale – concretizzatasi poi anche in due referendum sul CSM, di cui uno pur invalidato dalla mancanza di quorum ottenne oltre il 70% dei sì tra i voti espressi – fosse assai aderente alla reale situazione in cui versava.
Ritengo che siamo di fronte a fatti molto gravi e quanto avvenuto dentro il CSM conferma le ragioni delle iniziative radicali. Bisogna, tuttavia, guardare alla situazione attuale così com’è. Il punto è che oggi c’è una debolezza politica. È la debolezza politica di un Partito Democratico molto fragile, anche se si registra una timida ripresa; ma non mi pare ci sia una battaglia forte su questo terreno. Non mi pare affatto, a parte tutte le questioni che sono emerse con tutte queste vicende che hanno coinvolto anche un esponente come Luca Lotti. E tuttavia il punto non è nemmeno questo: il punto è la battaglia politico-culturale. Per esempio, sulla separazione delle carriere c’è un progetto di legge di iniziativa popolare presentato dagli avvocati, che è importante. È depositato alla Camera, ma figurati se con la maggioranza attuale ha una qualche possibilità di essere esaminato. Nemmeno il PD ha al riguardo una chiarezza di linea politica.
Diciamo le cose come stanno, siamo in una fase in cui la crisi della politica si riverbera in modo esponenziale su quella della giustizia. Soprattutto perché la giustizia si identifica con la democrazia, ne è il suo asse: quindi se su questo tema non c’è una battaglia importante vuol dire che c’è una crisi democratica, di valori insomma. Bisogna prendere atto che viviamo in una fase negativa: abbiamo un PD che non ha abbastanza fiato, l’area radicale indebolita non riesce a porre questi temi all’attenzione e di conseguenza non se ne parla.

 Nel 1992, in piene Mani pulite, abbiamo pubblicato Hanno ammazzato la politica: l’abbrivio del percorso odierno, di cui evidenzi i risvolti negativi, era cominciato allora: non è proprio in quella stagione che si sono logorati i margini della dialettica democratica? Non ritieni che proprio quella vicenda abbia aperto il varco allo stato delle cose attuale?
Sono d’accordo nel dire che in quel torno di tempo si è giunti all’apice della crisi, perché si è ammalato il rapporto tra politica e magistratura. Non dobbiamo dimenticare che il Davigo del pool milanese di Mani pulite intendeva “rovesciare come un calzino” l’Italia, facendo assumere ai magistrati un incarico che era della politica. Solo che la politica eventualmente lo realizza attraverso il rinnovamento democratico del Paese, mentre alla magistratura spetta piuttosto perseguire i reati.
Si aprì allora una ferita che non è stata mai rimarginata, anche perché Berlusconi non poteva farlo perché era coinvolto. Ci voleva qualcuno – di destra o di sinistra, lasciamo perdere le etichette – di diverso da Berlusconi, perché lui era un personaggio direttamente implicato in molte vicende giudiziarie. Il problema aperto in quella stagione sostanzialmente non è stato sanato: le esplosioni che ci sono ora non sono altro che corollari…

A sinistra c’è stato poi chi assecondò il processo, candidando al Mugello il pm più noto Di Pietro. In qualche modo, l’aver occhieggiato alla visione giustizialista non ha di sicuro contribuito a fare chiarezza.
Non c’è dubbio. Abbiamo avuto una stagione della sinistra, quella del Pds perché il Pci non c’era più dal 1991, durante la quale si sono avute sulla giustizia posizioni da me fortemente criticate. Non solo da me, ma anche da Gerardo Chiaromonte e Napoleone Colaianni, il quale fece un libro su questo…

 E come no: Mani pulite? Giustizia e politica del 1996. Ve ne va dato atto senza dubbio…Però basta vedere «l’Unità» di quegli anni, per rendersi conto. Abbiamo avuto un arco di forze che si è rivelato incapace di impedire non che la magistratura combattesse la corruzione, ci mancherebbe, ma che pretendesse di porsi come il fulcro di una “rivoluzione” giudiziaria. Questo andava evitato.

(da Quaderni Radicali numero 116)

 

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