Madre in coma, il Ruggi tace

Calvario no stop per i figli della 71enne, ricoverata da 55 giorni: visite ancora vietate, zero risposte. Altro sos: interventi col contagocce, è fuga dalla Breast Unit

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Ricoverata in coma al Ruggi, continua l’odissea dei parenti: vietato entrare in Rianimazione. La vicenda è stata documentata martedì su queste colonne, riportando le parole di un figlio della donna. E sono ormai 55 i giorni trascorsi, dal ricovero della 71enne, ex infermiera proprio al San Leonardo. Ma i figli, mai entrati in reparto, sbattono sempre su un muro di gomma: niente visite, nessuna risposta ufficiale. Un provvedimento, ovviamente, valido per tutti i familiari dei pazienti. Ma particolarmente gravoso in questa vicenda. «Non rispondono, fanno come se niente fosse» denuncia Margaret Cittadino, coordinatrice territoriale del Tribunale dei diritti del malato. L’organismo di Cittadinanzattiva, nei giorni scorsi, ha inviato una lettera ai vertici dell’azienda ospedaliera. Tra i destinatari – oltre al direttore generale Vincenzo D’Amato e al direttore sanitario Anna Borrelli – il dirigente dell’unità operativa complessa Rianimazione, Renato Grimaldi, e il governatore Vincenzo De Luca. «La cosa più importante dal punto di vista legale è – spiega Cittadino – che non fanno il regolamento. Se lo avessero fatto, come prescrive la circolare regionale, anche motivando il diniego agli accessi, si sarebbe pure potuto fare impugnazione. Invece non mettono niente per iscritto». Nella missiva del Tribunale per i diritti del malato, si toccano varie corde. «Non aumentare la sofferenza di chi soffre in un letto e/o a casa. Fate vedere i genitori ai figli, date loro l’ultima consolazione. – chiedono Cittadino, la coordinatrice Pit salute Maria Grazioso, il segretario Pasquale Trotta – Si possono aprire discoteche, i locali per le scommesse, ma un figlio non può con tutte le precauzioni del caso (tampone, esame sierologico, mascherine e tuta) entrare in Rianimazione per stringere le mani della madre morente». La lettera ricorda: «La signora in questione è stata per 41 anni infermiera nello stesso ospedale, dove oggi è ostaggio. Una azienda che non mostra rispetto per una paziente in coma da 50 giorni, per una propria dipendente forse desta qualche perplessità». Ma le perplessità «aumentano se si considerano tre elementi: in primis la ordinanza regionale n.56, che al comma 5/1 afferma che gli ospedali possono aprire ai visitatori, agli accompagnatori ed ai parenti con determinate precauzioni e su queste dovrebbero stilare un regolamento; non ci risulta che l’azienda abbia stilato un documento del genere». E inoltre «in una nostra inchiesta – si afferma – abbiamo appurato che una situazione del genere si verifichi solo al Ruggi, negli altri ospedali della Campania (Dea di secondo o di primo livello, o presidi) si verifica un accesso ordinato di parenti e famigliari». Si cita la Carta dei diritti del malato, in cui «sia a livello europeo che italiano, viene sancito il diritto alla famiglia e alla tutela degli affetti (art.10)». Quindi si chiede «l’applicazione della circolare 56/2020».
Breast unit, operazioni col contagocce. Ma dal Ruggi arriva un’altra storia, emersa ancora per la denuncia del Tribunale dei diritti del malato. Sono le proteste intorno alla Breast Unit, il reparto degli interventi alla mammella. Lo frequentano ammalate di cancro al seno. Da quelle stanze, serpeggia il malcontento: sotto accusa la bassa frequenza delle operazioni. «Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni da parte di pazienti o di loro famigliari che denunciavano – si legge nella lettera inviata ai vertici dell’azienda ospedaliera, ai responsabili dell’unità e al governatore De Luca – lo stress e l’angoscia determinata dal rinvio all’ultimo minuto di interventi alla mammella (mastectomia o altro). La rabbia scaturita da questi eventi è stata solo mitigata e non ha procurato denunce all’azienda solo per la stima e l’affetto che nutrono nei confronti del personale della Brest». I volontari di Cittadinanzattiva riferiscono: «Abbiamo appurato che la brest ha una sola seduta operatoria alla settimana il venerdì presso la sala di neurochirurgia». Pertanto «basta qualsiasi urgenza per far saltare gli interventi. Da poco sono state aggiunti due sedute brevi al mese presso la sala del centro trapianti; anche qui diverse volte saltano per le urgenze trapiantologiche». Si rammenta come si parli del «tumore femminile più diffuso, facilmente aggredibile e curabile se alcune condizioni vengono rispettate: diagnosi precoce e cure veloci nei tempi previsti dai protocolli nazionali e regionali». E si domanda se possa essere trattato «con la superficialità e l’approssimazione che sta mostrando la dirigenza aziendale: locali fatiscenti, angusti dove devono convivere attività diverse che avrebbero bisogno di spazi differenziati, mancanza di un reparto definito e mancanza di risposte per la donne Grf positive, nonostante sia stato presentato da oltre un anno un progetto specifico». E c’è un altro allarme: «Il Ruggi, primo ospedale in Campania a partire con una brest vera, sta perdendo sempre di più pazienti perché, mentre a Napoli si stanno faticosamente creando le brest, i gom e gli ambulatori completi per le donne con gfr positivo, sta perdendo terreno a favore dei privati e dell’emigrazione sanitaria». Ciò avverrebbe perché «la azienda Ruggi da anni, nonostante gli impegni, non investe sulla brest né sulla tecnologia, né sul capitale umano e professionale,nè sulla situazione strutturale». Infine le richieste: «Date ai chirurghi della brest almeno due sedute operatorie, in una sala non utilizzata dalle urgenze; istituite un ambulatorio per le donne grf positive; implementate l’organico in tutte le figure; concludete la annosa vicenda degli spazi ambulatoriali e di degenza».

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)