Maradona è morto, viva Maradona!

Il gioco del calcio appartiene alla classe dei giochi, lo riconosciamo come tale ma è anche qualcosa di più. È un “fatto sociale totale”. Possiede una dimensione antropologica che ci permette di scorgere in esso non una, non alcune, bensì tutte quelle sfere dell’agire umano in società

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Ci si interroga, da tre giorni ormai, sul perché venga manifestato e rappresentato un cordoglio così profondo e duraturo per colui che doveva essere solo una stella del gioco del calcio e invece si è rivelato emblematicamente, semplicemente un uomo.

Ma, per capirlo, bisogna cominciare dal gioco del calcio. Bisogna capire che il gioco del calcio non è solo uno sport. Non è solo spettacolo. Non è solo divertimento. Non è, dunque, solo attività ludica. Ché poi, come sottolineava il filosofo Ludwig Wittgenstein, non è mai possibile definire un gioco per la sua somiglianza agli altri giochi. Lo si può definire per le sue somiglianze-differenze con gli altri giochi. Un solitario non è un gioco di squadra, eppure è un gioco così come un gioco con la palla non è un gioco con le carte. Così come un gioco all’aperto non è un gioco al chiuso, quello con le pedine, non è quello con le monetine. Così come il “tressette” a vincere non è quello a perdere che non è quello a coppie e nemmeno quello a tre giocatori, detto chissà perché, “calabrisella”. Eppure tutti questi sono giochi, ci ricorda Wittgenstein, costituiscono la “classe (logica) dei giochi” per le loro somiglianze e per le loro differenze, per quella “aria di famiglia” che non rende identici tutti i membri di una classe così come non rende identici tutti i componenti di una famiglia umana ma li rende riconoscibili come tali. Il padre non è proprio simile alla figlia che però assomiglia al nonno e meno alla zia e così via… fino a scoprirne somiglianze e differenze. Così come avviene nel gioco I soliti ignoti, condotto in TV da Amadeus.

Il gioco del calcio appartiene alla classe dei giochi, lo riconosciamo come tale ma è anche qualcosa di più. È un “fatto sociale totale”. Possiede una dimensione antropologica che ci permette di scorgere in esso non una, non alcune, bensì tutte quelle sfere dell’agire umano in società. Il calcio è un gioco, è uno sport, una battaglia simbolica (e purtroppo a volte no) ma anche un fatto politico, economico, letterario, cinematografico, familiare, giovanile, maschile, femminile, dilettantesco, professionistico, artistico e finanche religioso. Per quest’ultima accezione non sarà necessario ricordare mister Trapattoni e le benedizioni del terreno di gioco con l’acqua santa fornitagli dalla sorella suora. Dunque, il gioco del calcio è un fatto sociale totale perché riunisce tutte queste sfere dell’agire umano – tutte, nello stesso momento – in un concentrato di 90 minuti che si dilata nel tempo fuori dai confini dello stadio. Se un antropologo volesse mostrare la propria temperie culturale a chi non la conosce, dovrebbe portarlo allo stadio a guardare una partita di calcio.

Su tale sfondo è apparso Maradona. Non un dio, ma un uomo in grado di vivere “integralmente” questo fatto sociale totale che è il calcio, senza essere risucchiato in esso né come sportivo né come cittadino. È per questo che si parla di Maradona in qualsiasi delle sfere umane sopra condensate, si parla di lui come campione del football impegnato nei vari aspetti della socialità sopra accennati, tutti direi, senza che questo provochi contraddizione tra i suoi molteplici ruoli. Cosa che non suscita contraddizione neanche in noi spettatori. Ovvero: nessuno si aspetta dal campione sportivo, immaginato come cinto da una sorta di aura di intangibilità, che si “sporchi” le mani con la politica, l’economia, l’arte, la musica, il cinema, la letteratura, le donne, gli uomini, i malviventi, la droga e chi più ne ha più ne metta, rimanendo comunque “il campione” incontrastato del pallone, seguito da milioni di ammiratori (oggi diremmo followers) e a suo modo vicino ad ognuna di queste persone, anche a chi lo disprezza. O, almeno, così è visto praticamente da tutti. Dunque, malavitoso e credente, vicino a ogni singolo derelitto e frequentatore delle presidenze e delle cancellerie politiche tanto esclusive quanto irraggiungibili dietro lo schermo della dittatura. Benefattore e tossicodipendente, sportivo e indolente, furbo e disponibile agli altri, a suo agio ovunque, finanche con il pontefice, argentino come lui. Individualista e altruista nella vita come sul campo. Insofferente all’autorità degli allenatori e dei presidenti dei club sportivi e amico di Fidel Castro e di Hugo Chávez. Pentito e compulsivo utilizzatore di tutto ciò che la vita gli abbia mai offerto. Buono e cattivo. Brutto e affascinante.

Ma chi non vorrebbe esserlo. Ufficialmente nessuno di noi. Ufficialmente, pubblicamente anche i cattivi si descrivono come buoni e, altrettanto ufficialmente e pubblicamente nessun buono si descriverebbe come cattivo. Ma l’uomo non è fatto così. I meccanismi culturali e psicologici dell’umanità funzionano secondo due principi sempre in contraddizione tra loro e sempre efficaci nel promuovere l’umana vitalità. Lo ha spiegato bene, da tempo, il dottor Freud: Eros e Thanatos ci governano in ogni momento della nostra vita. Principi costruttivi e distruttivi che sono sempre presenti in ogni uomo, che non competono tra loro o, meglio, non si contendono un trofeo che non potranno mai vincere completamente e che si identifica sia con l’Uomo che con l’individuo. Catabasi e Anabasi. E poi ancora e ancora e ancora. Opera costruttiva e distruttiva da tenere sotto controllo “mercé l’opera umanizzante della cultura”, spiegava il “solito” Ernesto de Martino. Quando i modelli culturali sono monodimensionali, quando ci vengono proposti modelli umani da imitare assoluti – tutto bello o tutto brutto, tutto alto o tutto basso tutto bianco o tutto nero – quando i mezzi di comunicazione appoggiano ora l’uno ora l’altro, uomini come Diego Armando Maradona ci ricordano che non è così. Che anche noi siamo sempre angeli e demoni, che si può vincere perdendo o perdere vincendo. Che c’è bellezza e bruttezza in ognuno, miseria e ricchezza, sentimento e carnalità, arroganza e misericordia. L’uomo è frutto di una disciplina culturale che gli antropologi definiscono “antropopoiesi” ovvero “foggiatura” del nostro modello di umanità che mescola in proporzioni accettabili e interpretabili la contraddizione tra parti e aspetti difficilmente conciliabili.

Ed è per questo che li amiamo. Non perché vorremmo essere come loro ma perché lo siamo già e non ce ne siamo accorti o abbiamo finto di non accorgercene. Ogni volta che guardiamo Maradona giocare non possiamo ignorare questa lapalissiana verità.