Marcello Torre, quella speranza di rinascita civile strozzata trentotto anni fa

L'11 dicembre del 1980 il barbaro assassinio del sindaco che sognava una "Pagani libera e civile": il suo esempio rivive nel Premio intitolato alla memoria

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Trentotto anni fa, in un grigio mattino del dopo terremoto, veniva stroncata da una mano assassina la cara esistenza di Marcello Torre. Era sindaco di Pagani, era stato presidente della Paganese. Era il simbolo di quella che, in politica, si definisce “maggioranza silenziosa”; di quella gente che, senza farsi notare, per atavica dignità, voleva solo ed esclusivamente vivere in una Pagani migliore.
 Marcello Torre, penalista di grido, uomo integerrimo, affabile e disponibile con tutti, rappresentava la speranza che covava nell’anima di quella parte di città laboriosa e onesta che aveva avuto negli anni poca possibilità di dire la sua.
La notizia dell’efferato delitto si sparse in un baleno in una città ancora sonnolenta, ancora alle prese con i disagi causati dal sisma del 23 novembre.
Io lo conoscevo bene. Avevo qualche anno in meno e fu proprio la comune passione giornalistica che ci fece incontrare. Ricordo che un giorno, io alle prime armi con il difficile mestiere della penna, rimasi estasiato quando mi fece toccare con mano la sua preziosa raccolta de Lo Sportivo, un periodico salernitano cui aveva collaborato negli anni  ’50-60. Aveva scritto per passione e per grande capacità cognitiva. Il suo amore, non tanto segreto, era la Paganese. L’aveva seguita da sempre e ne aveva raccontato le gesta proprio su quel foglio. Aveva scritto di Manfro, Bucciarelli, Varricchio, elementi di spicco degli anni ’50. Ma aveva anche dato un occhio particolare al vivaio locale magistralmente guidato da don Errico Attianese; aveva intuito, in anticipo sugli altri, che il futuro delle squadre di calcio poteva essere rappresentato solo da una sana politica giovanile.
Poi aveva abbracciato la politica, e non poteva essere diversamente in considerazione del fatto che aveva una predisposizione dialettica non comune. Il suo linguaggio affascinava. Quando parlava alla gente nelle campagne elettorali sembrava un incantatore di serpenti tanto era convincente, spontaneo, genuino. Per la gente era il simbolo di un riscatto generazionale. Arrivò, quindi, alla Provincia; ne divenne vice-presidente e più tardi, nonostante qualche inevitabile incomprensione e gelosia con la classe politica del tempo, diventò sindaco di Pagani.
Marcello Torre per tutti era sinonimo di serietà e di capacità. Ecco perché – prima di diventare sindaco di Pagani – fu chiamato anche a capo di una cordata di amici che in quel periodo reggevano la Paganese calcio. Con la sua presenza prestigiosa, la dirigenza si allargò e si allargarono anche i cordoni della borsa. Arrivarono a Pagani nomi altisonanti: l’allenatore Gennaro Rambone, giocatori già famosi come Tombolato, Tacchi, Benatti. In quel periodo la squadra sfiorò la grande impresa: arrivò seconda alle spalle del grande Bari e non fu promossa in serie B solo perché in quel periodo c’era in ballo una sola promozione.
Ma gli eventi incalzavano. La politica aveva bisogno di un personaggio carismatico; la città lo volle sindaco con un plebiscito di voti senza uguali.
Il suo motto: “sogno una Pagani libera e civile” ancora oggi suona a perenne ricordo di quanti lo stimarono e come monito per l’attuale classe dirigente in una città che sembra aver perduto i valori e gli insegnamenti del passato.
Trentotto anni sono trascorsi da quel triste giorno, sembra ieri. La Pagani onesta e civile lo pianse e lo piange ancora. Era il suo figlio migliore.