Matteo, 4 anni fa moriva il cuoco migrante

Una vita, la sua, che è stata un lungo giro durato quasi due decenni attraverso 10 paesi diversi nel tumulto precario e sfruttato del lavoro

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Quattro anni fa moriva Matteo. Matteo Naddeo. Un mio amico carissimo. Ne scrivo per ricordarne la memoria, ma anche perché la sua biografia di salernitano migrante, occupato nel settore della ristorazione, racconta mondi e storie collettive: quelli della mobilità umana in cerca di una vita migliore, destinata, spesso, al fallimento o alla delusione.
Le migrazioni hanno solitamente questo risvolto tragico, ricordiamolo, anche se, sopraffatti dalla barbarie del razzismo, dell’ostilità contro gli stranieri poveri e del pensiero di Stato, ce ne dimentichiamo. Quanto è difficile migrare e a quale prezzo esistenziale questo avviene lo sa, in realtà, solo chi questa esperienza la vive.
Matteo l’ha vissuta fino in fondo questa prova così impegnativa, che stravolge la vita delle persone e di quelle ad esse vicine in maniera definitiva. Una prova che, dopo un lungo giro durato quasi due decenni attraverso 10 paesi diversi nel mondo, nel tumulto precario e sfruttato del lavoro di cuoco, concluse in ospedale proprio 4 anni fa nella sua città. Senza sapere se veramente ne fosse valsa la pena.