Il Memorandum Italia-Libia per fermare le partenze dal continente africano verso l’Europa
resta in vigore immutato. Così come resta immutato il potere dato alla Guardia costiera di
un paese non firmatario della Convenzione di Ginevra, quindi privo di una legge sull’asilo,
e diviso in fazioni in lotta, di cui il co-firmatario del Memorandum, Saraji, rappresenta solo
una parte.
I dettagli dell’accordo sono ormai noti, così come lo è il fatto che si sarebbe potuto evitare
di confermarlo da parte dell’attuale Governo. Non è accaduto, ovviamente. Altrimenti,
questo Governo non avrebbe retto alla propaganda che vede le persone in fuga come
nemici e i governi come gendarmi, a prescindere dalle sofferenze che tale ruolo può
infliggere a migliaia e migliaia di persone.
E questo è ciò che fa la politica: soffiare sulla propaganda anti-immigrati, parlare di
minaccia, invasione, crociere e taxi del mare, alimentare la paura. Si comprende. È
questo, ormai, il ruolo che la politica si è auto-assegnata: quello di sciacallo sulla pelle dei
più deboli in cambio della propria sopravvivenza, nell’incapacità assoluta di affrontare le
grandi questioni, dalla precarietà di massa alla crisi socio-ecologica. È la miseria della
politica. E questo è, ormai, un dato chiaro, che i principali attori in campo, in Italia come
nel resto d’Europa, non hanno alcuna intenzione di cambiare.
Qui vorrei soffermarmi, invece, sulla società che permette a tale politica di continuare a
sopravvivere. Una società in cui trovano consenso decisioni come quelle che confermano
accordi che legittimano i lager libici, il cui obiettivo principale è non avere sbarchi e, quindi,
disposta a tutto pur di non far partire le persone dalla Libia. Compresa la condivisione di
un Memorandum che condanna migliaia e migliaia di persone a violenze ormai note. Ed è
proprio questo il punto fondamentale: noi, tutti noi, italiani ed italiane, europei ed europee,
sappiamo cosa accade in Libia ad una parte degli stranieri africani ed asiatici presenti.
Chiusi in campi di prigionia, da cui si esce solo pagando moltissimo, dopo innumerevoli
sofferenze. Trasformati in una serie di casi in beni del mercato della schiavitù. Costretti ad
affidarsi ad aguzzini per cercare di scappare e rischiare, sempre più spesso, di morire in
mare. Vittime di stupri, che non guardano né all’età né al sesso di chi ne diviene oggetto.
E tutto questo è noto, documentato, pubblico. Video, foto, rapporti di organismi
internazionali come le agenzie dell’ONU lo attestano. Insieme ad inchieste giornalistiche e
testimonianze dirette. Si sa cosa succede in Libia. Eppure, nulla cambia. Certo, attiviste,
attivisti, una serie di giornalisti, associazioni come Amnesty International chiedono di
intervenire. Ma non sono maggioranza. La maggioranza accetta che si vada avanti così.
Accetta l’orrore. La barbarie.
Perché? Perché Italia e Unione Europea hanno società razziste, neocoloniali, in cui il
sentimento della superiorità bianca continua ad essere prevalente in maniera trasversale
alle classi sociali. Come è stato in passato. Come è stato nell’800 con il sostegno di
massa alle invasioni coloniali. Con la partecipazione agli zoo umani. Un sostegno che non
è mai finito, perché garantisce la supremazia bianca, quella supremazia che ci fa sorridere
con tenerezza di fronte alle bambine nere con le treccine, odiate non appena le pensiamo
adulte in viaggio verso l’Europa.