Sentiamo e leggiamo ancora, in Tv, in radio e sui social, l’espressione “mettere le mani nelle tasche degli italiani” riferita all’imposizione fiscale e tributaria. Ma qualcosa non quadra. La frase – di grande efficacia, non c’è che dire –  fu coniata dal ministro dell’economia e delle finanze dei governi Berlusconi, Giulio Tremonti, e ammiccava alla ‘cultura’ neo liberista di stampo thatcheriano-reaganiano. Fin qui nulla di nuovo: l’individualismo anti-Stato liberista aveva già elaborato la sua visione di un mondo governato dagli istinti animali dei soggetti economici, liberati dai vincoli dello Stato presentato come “la causa e non la soluzione dei problemi”. Ma già da subito la questione si era complicata perché nel suo programma di smantellamento dello Stato sociale e del suo sistema di welfare, l’ideologia neoliberista recuperava alcuni critici radicali dello Stato borghese, che avevano elaborato le loro teorie nel vivo delle lotte giovanili degli anni Sessanta negli Usa. Da allora, dal ‘grande riflusso’ degli anni Ottanta, il liberismo, nelle sue versioni più estreme e ‘globalizzate’, ha modellato l’ingiustizia del mondo in cui ci sta toccando di vivere. Per questo ci risulta sconvolgente sentire l’espressione ancora oggi: mentre continuiamo a scontare gli effetti di una interminabile crisi economica e sociale, determinata proprio dal libero sprigionarsi di quegli ‘istinti animali’ del capitalismo. E a rilanciarla non sono i soliti vecchi arnesi della ideologia neoliberista, ma politici di ‘sinistra’ e giornalisti ‘democratici’. Per insipienza? Per stupidità? Per conformismo?