Fumo nero in aria per ore, esplosioni in fabbriche di rifiuti speciali e di produzione di componenti per batterie, incendi dolosi delle montagne. È accaduto a Battipaglia tra l’11 e il 12 settembre, con l’incendio di un sito che gestisce lo smaltimento dei pneumatici. È successo oggi a Pianodardine, in una fabbrica che produce componenti per le batterie per auto. È accaduto soprattutto a Castel San Giorgio e nella Valle dell’Irno con circa una settimana di incendi.
Nelle ultime due settimane le provincia di Salerno e quella di Avellino sono state colpite da eventi vissuti dalle popolazioni locali con rabbia, incredulità e, almeno in apparenza, rassegnazione. Sono sentimenti comprensibili. Sono i primi sentimenti delle popolazioni sotto attacco.
La situazione, d’altronde, è all’inizio di questo tipo: si subisce, come si subisce un bombardamento in assenza di difese efficaci. Sopra si alza il fumo, con tutte le incertezze sulle conseguenze che questo può avere, e sotto le popolazioni non possono fare nulla, se non sperare che passi presto. Nel frattempo, le istituzioni locali si muovono, rassicurano, chiudono le scuole, fanno quel poco che possono, mentre, come è accaduto ad Avellino, la Prefettura invita a non uscire, a tenere le finestre chiuse. Alla fine, ciò che prevale è la totale incertezza e, quindi, un sentimento di rassegnazione fatalistica. Come dire? “Speriamo che non ci accada niente di male, che questo fumo e questi incendi non ci facciano ammalare”. E andiamo avanti così. Sperando.
Non può bastare. Ciò che accade riguarda non solo tutti noi, ma anche i rapporti che ci sono tra noi. Rapporti definiti dal fatto che alcuni esseri umani – nei casi specifici imprenditori e speculatori – possono tenere sotto scacco altri esseri umani – le popolazioni che subiscono gli incendi, a partire da chi lavora nelle fabbriche interessate dalle esplosioni. È quel tipo di rapporti socio-ecologici che alcuni, tra cui soprattutto Jason W. Moore e il gruppo di studio dell’ecologia-mondo, hanno chiamato capitalocene, per rimarcare il fatto che ad aggredire la vita non è tanto l’umanità genericamente intesa quanto una parte dell’umanità contro un’altra. In nome del profitto, delle speculazioni o dell’accaparramento di soldi pubblici si mette in pericolo la salute collettiva. E questo viene fatto da alcuni umani contro altri.
È per questo che la rassegnazione o il fatalismo non bastano. E non servono. Anzi. È necessario, invece, mobilitarsi. Come è già avvenuto a Battipaglia la mattina stessa dopo l’incendio. Ed è necessario chiedere che ci siano forme di controllo popolare sui siti pericolosi e nocivi. Le imprese che svolgono queste produzioni devono essere sottoposte ad una vigilanza permanente, nella quale siano coinvolte direttamente anche rappresentanze della popolazione.
La salute è un bene comune e come tale va governata.