Un fine settimana intenso quello appena trascorso nella Casa Circondariale “Antonio Caputo” di Fuorni, iniziato sabato con un incontro impegnato, sulla giustizia riparativa insieme al Garante dei detenuti per la Regione Campania, Samuele Ciambriello; c’è stato spazio anche per le emozioni: tra gli ospiti la mamma di Ciro Esposito, il tifoso del Napoli ucciso da un ultras romanista e Carmela, la vedova Veropalumbo, moglie del carrozziere ucciso da un proiettile vagante. “Nell’immaginario di tutti la pena è quella afflittiva, si riduce alla punizione di chi ha sbagliato, ma affinché la detenzione svolga la sua funzione adempiendo al compito indicato dalla costituzione la pena deve essere riparativa”, così la direttrice Rita Romano introduce il fitto programma di attività con questo preciso scopo, andando subito al punto.
Ci accoglie nel suo ufficio, è intenta a redigere un documento, è domenica, sono le 9.30 e le attività già fervono. Riceve telefonate, dà disposizioni, “Noi qui facciamo miracoli” spiega.
Nonostante il sovraffollamento e il personale di Polizia Giudiziaria sottodimensionato, ormai un leitmotiv sottolineato ad ogni visita dal Garante negli ultimi anni, i progetti non si fermano e senza rassegnazione aggiunge: “Purtroppo però si parla di noi solo per le risse, per il rinvenimento di telefonini”. Infatti, da poco insediata (febbraio 2019 ndr) la direttrice fu protagonista delle cronache perché coinvolta in una rissa tra detenuti. Le chiediamo subito, senza tema di sfociare in sterili discorsi di genere in un luogo in cui la separazione degli uomini e le donne è una prescrizione considerata necessaria, se essere donna e ricoprire questo ruolo rappresenti uno svantaggio. “Il carcere è un ambiente maschile e maschilista, ma il rispetto per la figura femminile è un valore qui largamente condiviso, è un punto a favore; quando per prima arrivai sul luogo degli scontri, “fermatevi fermatevi! che facciamo male alla direttrice!” furono le prime parole che sentii, poi però ci sono anche i contro”, ma non specifica e passa a parlare delle detenute femmine, quasi un collegamento consequenziale.

Percepisco che con la sezione femminile è diverso, più complicato, e le sue parole lo confermano. “Le problematiche sono più complesse ma c’è empatia, siamo donne e sento dentro le loro sofferenze, molte sono mamme lontane dai figli”. Una professoressa dell’Istituto Alberghiero interno al carcere è più diretta: “Il reparto femminile è meno gestibile, è per questo che le attività sono minori, loro sono più promiscue e disinibite, fanno squadra ed hanno un forte temperamento. Qui ad esempio l’istruzione di grado superiore è prevista solo per gli uomini, le donne si fermano alle medie. Però prima non facevano proprio niente, adesso con la nuova direttrice fanno più cose”.

 

Rita Romano, direttrice della Casa circondariale di Salerno

Considerando superate le teorie biologiche del 19esimo secolo, la questione qui sollevata supera anche il diritto poiché molte delle differenze tra uomo e donna promanano dai modelli socio-culturali, dall’educazione, dall’apprendimento, dalla famiglia di origine. Non ha paura di cadere nei luoghi comuni di genere la direttrice Romano e dà alcune anticipazioni sulle attività future rivolte alle donne: un laboratorio di cucina, un corso di yoga, un corso per costumiste che “si concluderà con una sfilata e la creazione di due boutique una rosa per le donne e una celeste per gli uomini, perché c’è anche una povertà notevole e vogliamo mettere a disposizione abiti nuovi non sempre i soliti abiti usati ma” – continua – “il teatro è la massima espressione della valenza pedagogica di questi laboratori” e inizia a parlare dello spettacolo al quale stiamo per assistere.
I detenuti in regime di Alta Sicurezza, quelli ad elevato spessore delinquenziale i cui rapporti con gli altri e con l’esterno sono limitati proprio per la natura organizzativa delle loro attività, da settembre stanno preparando uno spettacolo teatrale “Omaggio ai tre fratelli De Filippo”, e stanno per andare in scena. Il regista è Francesco Granozi, che ormai da 24 anni lavora in questo carcere con la sua scuola “Teatranimando”:  “È la prima volta che lavoro con i detenuti di Alta Sicurezza, ho sempre lavorato con i detenuti comuni e devo dire che questo non dice nulla sulla loro condotta, ho trovato grande educazione e rispetto per la mia figura e questo mi ha permesso di fare cose più difficili come Eduardo, coi comuni potevo fare solo cabaret, con qualche sketch” a sottolineare che la pericolosità dei reati, spesso ingiustamente, si estende alla pericolosità della persona che li ha commessi. Erano partiti numerosi poi sono arrivati a circa undici elementi a causa di trasferimenti e dimissioni, così hanno deciso di darsi il nome di “Compagnia In…stabile”. Appaiono impazienti ed emozionati quando sbucano dalle quinte per chiedere cose e incalzare mentre ascoltiamo Granozi che cerca di spiegare: “Hanno l’adrenalina giusta, si sono immedesimati, la prima fase è togliere quella pelle di serpente, come la chiamo io, la fase in cui hai paura di essere preso in giro dai compagni, di fare la figura dello scemo, ma da quando è uscito Gomorra è più facile, si scimmiotta quell’atteggiamento”. Una serie Tv che ha sdoganato la performance attoriale, giustificandola quasi ai loro occhi, ma una volta sul palco i volti non sono così intimidatori e risoluti, sono tutti molto giovani tranne qualcuno sulla cinquantina che sta scontando una lunga pena, le parole sono incerte ma c’è intenzione, alcuni sembrano avere una naturale predisposizione, si aggirano tra il pubblico con sicurezza.
Il pubblico ride, coinvolto e mi volto a guardarlo. Dietro di noi a destra un gruppo della sezione femminile e a sinistra uno di quella maschile divisi dal corridoio centrale. I più battono le mani e incitano compiaciuti nelle scene ad elevata immedesimazione: una singolar tenzone, una battuta maschilista, una canzone tradizionale; una donna non ride, si sfrega le mani convulsiva, è quella che ci aveva agganciati prima dell’inizio dicendo: “A noi ci devono dare il lavoro, dobbiamo vedere gente diversa, qua dentro si parla solo di droga, so’ trent’anni che sto qua dentro, te lo dico da tossicodipendente…”. Poi l’ispettrice della Polizia Penitenziaria l’ha messa a tacere, l’ha fatta tornare al posto redarguendola con voce ferma per raggiungerci: “Il fatto di stare qua dentro da trent’anni le fa credere di essere il capo, di poter fare quello che vuole ma non è così”.  Sono apostoli di un dio che non li vuole, sono le parole di Sabato che è qui da trent’anni e mette in poesia la sua testimonianza. Un dramma nel dramma che non muove il pubblico a commozione, che non coinvolge quanto il riso. In fondo traspare già dalle parole dello stesso Peppino De Filippo: “Sono sicuro che il dramma della nostra vita, di solito, si nasconde nel convulso di una risata provocata da una qualunque azione che a noi è sembrata comica. Sono fermamente convinto che, spesso, nelle lacrime di una gioia si celino quelle del dolore. Allora la tragedia nasce e la farsa, la bella farsa si compie!”.  L’ovazione finale, un omaggio floreale, il commiato ad un luogo che fatica a riscattarsi dalla definizione turatiana di “cimitero dei vivi” e un ultimo scambio prima che le sbarre si chiudano alle nostre spalle. “Voi siete la giornalista? Potete mettere pure i nostri nomi nell’articolo, non vi preoccupate: sui giornali ci siamo già stati. Grazie signorì.”