“Nazionalizzare Treofan”. Una boutade

La proposta di "Potere al Popolo" appartiene più al clima da avanspettacolo in cui si muove la politica italiana, incapace ormai di prendere le misure alla realtà, che al novero delle cose sensate

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L’idea di chiedere la nazionalizzazione della Treofan, multinazionale che a Battipaglia ha messo sul lastrico un’ottantina di persone senza alcuna motivazione economica plausibile, appartiene più al clima da avanspettacolo in cui si muove la politica italiana, incapace ormai di prendere le misure alla realtà, che al novero delle cose sensate. Non è un caso che, in un sussulto dell’antica dignità prodotto probabilmente anche dalla potente iniezione di fiducia ch’è venuta dalla bella manifestazione di sabato scorso a Roma, i sindacati l’abbiano rispedita al mittente, cioè Potere al Popolo, rifiutandosi di sostenerla. Né i dipendenti Treofan e le loro famiglie, né un territorio che ora rischia seriamente di diventare un cimitero di elefanti, meritano l’approssimazione che s’intravede dietro una proposta a metà strada tra il velleitario e il dilettantesco. Nazionalizzare come? In che contesto? Con quale retroterra politico e economico? Insomma: con quale disegno complessivo, si sarebbe detto una volta? Sembrano domande oziose, ma non lo sono: le nazionalizzazioni sono state, sono e restano una cosa serissima. Reintrodurle nel discorso pubblico per il solo gusto di dire qualcosa di sensazionale (il governo gialloverde dopo la tragica vicenda del crollo del ponte Morandi) o agitarle (come fa Pap) solo per dire qualcosa e basta non rende giustizia a una delle battaglie più importanti e significative della storia della sinistra del secondo Novecento. Finalizzata all’obiettivo, perseguito dai cosiddetti “programmatori” (due nomi su tutti: Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti), di estendere alla più ampia quota di popolazione possibile i benefici del cosiddetto “Miracolo italiano”.

Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi

Il progetto era quello di rendere strutturale un ciclo espansivo dell’economia nazionale collegandolo organicamente a una gigantesca opera di redistribuzione della ricchezza prodotta. Sia i socialisti Lombardi e Giolitti al governo, che (con toni e accenti diversi, ma sostanzialmente convergenti) il Pci togliattiano all’opposizione, parlavano di “riforme di struttura”. Ipotizzavano, cioè, un cambiamento progressivo di paradigma economico, per determinare quel ribaltamento dei rapporti di forza ch’è stato lo scopo principale mai raggiunto, la “ragione sociale” della sinistra otto e novecentesca: sia di quella cosiddetta “riformista”, sia di quella più radicale. A questo potentissimo, imponente, sforzo di elaborazione – condotto da Centri studi frequentati dalle migliori competenze dell’epoca (siamo nei primissimi anni Sessanta) – non si sottrasse il partito dei cattolici democratici: non sappiamo quanto possano dire ai ragazzotti al governo oggi, o agli esuberanti militanti e dirigenti di Potere al Popolo, nomi come Giulio Pastore, Fiorentino Sullo, Pasquale Saraceno.

Fiorentino Sullo

A parte quella dell’energia elettrica fortissimamente voluta da Lombardi, le nazionalizzazioni non ebbero moltissima fortuna, purtroppo. Condannate a un progressivo fallimento dalla dolorosa rinuncia alle riforme di struttura da parte della sinistra di governo. La stessa “chimica di Stato” venuta qualche decennio dopo con la fusione tra Montecatini e Edison nel colosso Montedison – cui pure bisognerebbe guardare come riferimento storico quando si parla di Treofan, non foss’altro perché risalendo l’albero genealogico del sito produttivo di Battipaglia ci s’imbatte nella Imi-Sir di Rovelli – fu capace di rappresentare solo un formidabile vettore di clientelismo, corruttela e occupazione dello spazio economico da parte dei partiti, nel frattempo diventati macchine di consenso.

Antonio Gramsci

Tornando all’oggi e all’estemporaneità della proposta di PaP, ma anche all’imbarazzato silenzio del Pd e al timidissimo, inudibile, confuso, balbettio di LeU rispetto alla vicenda Treofan, viene da chiedersi che fine abbia fatto la principale caratteristica della sinistra italiana del secolo scorso. Ch’è stata quella di rappresentare una grande intelligenza collettiva, capace in ogni momento della vicenda nazionale di approfondire le questioni con lo studio e l’elaborazione critica, e di trasferire poi gli esiti di questo grande lavoro, che vedeva fianco a fianco intellettuali e popolo, nel fuoco della lotta politica e sociale. Oltre il più accorato degli auspici di Antonio Gramsci – “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza” – c’è solo l’improvvisazione e la ricerca del sensazionalismo. E un vago, nemmeno troppo indistinto, sentore di populismo, sia pure tinto di rosso.