Nessun allarme nella Piana

Non sono particolarmente esposti al Covid gli immigrati impegnati nei campi

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Con gli allarmi non si può scherzare. E non si può scherzare con gli allarmi soprattutto se essi riguardano popolazioni già oggetto di attenzioni particolari, di discorsi infondati, di racconti inventati, come quelle straniere. Anche se non è vero, stando alle informazioni ufficiali attualmente disponibili e ad altre ottenute dal campo, che nella Piana del Sele vi sarebbe un’esposizione particolarmente grave degli immigrati al coronavirus, sono state diffuse notizie circa un’emergenza nell’emergenza. Non ci sono dati accertati, né, tanto meno, ci sono particolari caratteristiche biologiche che potrebbero esporre gli stranieri alle infezioni da Covid 19.
In assenza di dati, è possibile, allora, chiedersi su quale base e per quale motivo si diffondono notizie che non aiutano a capire cosa sta accadendo. Il nuovo coronavirus può colpire chiunque si ritrovi nella condizione di potere essere contagiato. Sta accadendo, d’altronde, a persone famose così come ad altre. Perché bisogna dare spazio, allora, a voci che non circostanziano i fatti se non per creare allarme, che, combinato con la parola “migrante”, può facilmente far ribollire sentimenti razzisti, ben radicati in una parte della popolazione?
Allo stato attuale, quello che sappiamo è che migliaia di immigrati, insieme a tanti italiani, stanno garantendo, giorno per giorno, la produzione agricola della Piana del Sele. E di questo dobbiamo ringraziarli. Sappiamo, inoltre, come già pubblicato da questo giornale, in base ad alcune interviste, che tutto ciò sta avvenendo in sicurezza, dal punto di vista della tutela dal coronavirus, sebbene non da quello delle paghe e del lavoro grigio, secondo una consolidata eredità di decenni. Ovviamente, sappiamo pure che in alcune zone della Piana del Sele, a causa di politiche pubbliche assenti da decenni, la popolazione straniera ha difficoltà di accesso ad abitazioni dignitose ed è costretta, così, ad affittare case che nessun italiano prenderebbe. É noto, cioè, che ampie parti della popolazione straniera sono interessate da sfruttamento lavorativo ed una parte anche da difficoltà abitative.
Se, allora, va denunciata una situazione di difficoltà, essa dovrebbe riguardare questi aspetti sociali, richiedendo alle istituzioni pubbliche che essi siano, finalmente, affrontati. Allo stesso modo, se bisogna rilevare le difficoltà di comunicazione tra alcuni stranieri ed i servizi sanitari allora non serve gridare le notizie, ma bisogna evidenziare e richiedere la necessità di mediatori linguistico-culturali anche nelle squadre di soccorso del 118, oltre che nei reparti ospedalieri, almeno in quelli nei quali si affrontano i casi di covid 19. Del resto, anche questa è un’eredità del passato più volte evidenziata: quella della necessità di servizi di mediazione linguistica nelle strutture sanitarie, che non si sono, però, mai organizzati in maniera seria e stabile. Questa è una necessità ormai consolidata in una società, come quella italiana, in cui l’immigrazione è un fenomeno che risale perlomeno alla fine degli anni ‘70 e lo è, certamente, nella Piana del Sele, in cui vivono, tra Pontecagnano, Battipaglia ed Eboli, circa 11 mila stranieri, pari, approssimativamente, al 9% del totale degli abitanti. Una necessità a cui porre mano anche dentro questa crisi, che richiede di potere raccogliere eventuali richieste di intervento in maniera tempestiva e chiara, rendendo disponibili, anche telefonicamente, mediatori e mediatrici almeno delle principali lingue non italiane parlate nella Piana del sele: arabo marocchino, rumeno, ucraino, punjabi.
Allarmi e allarmismi non servono. Né, tanto meno, è utile qualunque razzismo sotto traccia. Sono, invece, necessarie politiche pubbliche e sanitarie fondate sull’uguaglianza.