«No ai lockdown, in Campania c’è esasperazione»

Parla Donato Greco, luminare di epidemiologia e consulente dell'Oms: «L'epidemia è finita a maggio, non ha senso parlare di seconda ondata. I casi di oggi derivano dalla sorveglianza, cioè dal fatto che si fanno molti test. C'è un decisionismo di matrice politica, non scientifica»

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«Sono un po’ rattristato da questa situazione di grande preoccupazione. Qua domani mattina dobbiamo chiudere un’altra volta tutto? Non siamo in un periodo epidemico, assolutamente. L’epidemia in Italia è finita a fine maggio». L’epidemiologo Donato Greco non lascia margine a dubbi, e il suo parere non è trascurabile. Scienziato di fama internazionale, napoletano ma cavese d’origine, all’Istituto Superiore di Sanità ha diretto il Centro nazionale di epidemiologia. Ha condotto più di trenta indagini su epidemie infettive, nove all’estero per conto dell’Oms, di cui oggi è consulente. È stato direttore generale della prevenzione al ministero della Salute. E sulla recrudescenza del Covid in Campania dice: «Un lockdown adesso sarebbe assolutamente eccessivo».
Professore, molti sono allarmati tuttavia.
Questi sono dati di sorveglianza, non so se è chiaro. Cioè sono dati derivati dal fatto che si fanno molti test per l’attività che era già prevista dal programma di vigilanza. Il 97,8% di questi positivi è portatore sano asintomatico.
E quindi no a nuovi lockdown?
L’epidemia ormai non c’è in questa fase. Non vedo proprio lockdown, né parziali né totali. È chiaro che bisogna restringere i focolai di trasmissione dove ci sono ammalati. Anzi, questo è il modo di contenere questa malattia, che si trascinerà ancora per molto. Questo è un virus, tra l’altro, che preferisce la primavera. Quindi siamo ancora esposti. Fuori discussione che c’è un miscuglio di decisionismo di matrice più di stile politico che di stile scientifico. Che certe volte è esasperato, porta dei danni gratuiti rispetto, invece, ad un’attività di vigilanza, che mi pare stia andando avanti bene.
Però si registrano sensibili aumenti quotidiani di nuovi casi.
Nelle terapie intensive siamo a qualche decina di casi di polmonite, ma questo appartiene alla natura delle cose. Ricordo che la polmonite, prima del Covid, era la quarta causa di morte negli anziani. Molte di queste, anzi la maggioranza, erano polmoniti virali. Perché quelle batteriche si combattono bene con gli antibiotici. Siamo davanti a un’esasperazione, specialmente in Campania, in cui la caccia al positivo è diventata uno sport. Poi è chiaro che i test vanno fatti, come previsto dalle varie norme sul lavoro, sulla scuola, sugli ingressi dall’estero. E i test rivelano una quota di positivi, questo ce lo dobbiamo aspettare. E sarà così ancora per molti mesi.
Insomma, non si scorge la fine del tunnel.
Lei si ricorda che il 97% della popolazione è suscettibile, nel senso che non ha anticorpi? Siamo tutti potenzialmente esposti ad un’infezione. Il che non significa che ci sia un’altra epidemia.
Nella minaccia di nuove chiusure, però, le intravede una filosofia più politica che scientifica.
Questo decisionismo un po’ terrorista io non lo condivido. Poi è chiaro che sul piano politico vedo che rende, e rende anche bene. Io penso che si debba puntare ai focolai dove ci sono ammalati, isolare, fare i contatti, fare il tracciamento. Ma si esagera con la scuola e con il lavoro.
E su cosa intervenire allora?
Possiamo rinunciare ad attività ludiche, ma certamente non dobbiamo gravare troppo sui nostri bambini, sul mondo del lavoro, che ha già pagato un prezzo altissimo.
Ma la diffusione del contagio è per forza causata dai comportamenti irresponsabili individuali o di gruppo?
La diffusione è svelata dai test. Se noi ci mettiamo a fare i test per il Picornavirus, per gli Adenovirus, per i Rhinovirus, troviamo migliaia e migliaia di positivi tutti i giorni. Questa attività fa parte della vigilanza, non deve andare sui giornali tutte le mattine, con un bollettino di guerra. Questo è un errore grande. Va fatta l’attività di vigilanza, ma non bisogna necessariamente usarla come un bastone. Qua si punta non alla responsabilità ma alla paura.
In che senso?
C’è una politica della paura, invece bisognerebbe adottare una politica della responsabilità. Non le minacce, o addirittura i ricatti. È un po’ violenta questa modalità di gestire. Anche perché il popolo italiano ha dimostrato in maniera esemplare di stare anche alle peggiori restrizioni.
E cosa pensa dell’obbligo di mascherine all’aperto?
La distanza è quella che conta. Quando la distanza non può essere garantita, la mascherina protegge. Ma quando c’è distanza non ha senso la mascherina all’aperto. Anzi è controproducente, perché riduce la traspirazione a vantaggio di che? Quando siamo fuori c’è circolazione.
E però, il presidente della Regione Campania giustifica tali misure col fatto che saremmo nella seconda ondata.
Non ha senso parlare di seconda ondata. Queste sono attività di vigilanza, naturali e benvenute. Se smettessimo di fare il test, vedremmo 3-4 casi al giorno, e non 1800-2000. La seconda ondata, se viene, viene in primavera.
Senta, ma la densità abitativa, come moltiplicatore del contagio, quanto conta?
Il contagio avviene entro un’area di 1-2 metri. Se parliamo di densità abitativa di popolazione, questo non ha senso. Se parliamo di densità dentro una stanza di 10 metri quadri in cui ci sono 20 persone, allora quello conta. Conta la densità prossimale, non la densità geografica. L’Oms lo ha detto chiaro e tondo. È chiaro che dove c’è più gente, ci sono più assembramenti. Quindi, alla fine, anche la densità demografica partecipa alla catena di trasmissione, se questa catena non viene impedita dal distanziamento sociale e dalle mascherine.
In definitiva, come attuare un efficace controllo della malattia?
Il controllo della malattia si fa soprattutto identificando i casi di ammalati, quelli che gravano sugli ospedali. Grazie a Dio tutto questo non è successo. Se lei vede la curva epidemica, siamo in un costante plateau di positivi. Non c’è un picco epidemico. Io per seconda ondata intendo un picco epidemico.
E la letalità è molto bassa.
Non c’è una letalità. In Italia abbiamo normalmente parecchie centinaia di migliaia di casi di polmonite ogni anno, non è una malattia rara.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)