No al falso cambiamento

Della attuale vicenda politica italiana, il nuovo numero di Quaderni Radicali evidenzia i caratteri di una partecipazione fittizia e di una totale assenza di capacità di mobilitazione. Lo sforzo da compiere va perciò nella direzione, umile ma forte, di ricreare pozzi di sensibilità liberale e dei diritti

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È appena uscito il n. 115 di Quaderni Radicali dedicato ad un tema particolarmente attuale. Significativo e densamente simbolico il titolo del nuovo numero: «No al falso cambiamento». Nel fascicolo 115, che sarà presentato a giorni a Roma e poi a seguire in altre città italiane, testi di Alfonso Andria, Rita Bernardini, Paolo Brogi, Luciano D’Alfonso, Biagio De Giovanni, Michele De Lucia, Vincenzo Di Nanna, Domenico Di Sabatino, Rosa Filippini, Raffaele Ferraioli, Stefano Folli, Giuseppe Gargani, Francesco La Saponara, Paolo Macry, Andrea Manzi, Rino Mele, Flavio Pagano, Marta Palazzi, Carmine Pinto, Alfonso Ruffo, Giulio Savelli, Massimiliano Siddi. Pubblichiamo, di seguito, l’articolo del direttore Geppy Rippa, che illustra il tema di fondo dell’interessante numero di Quaderni. 

La crisi politico-istituzionale, economica, socio-culturale italiana (che è parte della crisi dell’Europa e perché no dell’Occidente) ha una sua specificità che merita di essere interpretata in modo più diretto e preciso.
Si potrebbe partire da una notizia poco diffusa: la ricerca di Gallup International che, nel suo 42° rapporto “Speranza e ottimismo sulla pace globale”, realizzata in collaborazione della Doxa, fa il punto sulle aspettative dei Paesi di tutto il mondo. Non è il solo segno (da cui possono partire molte considerazioni utili al nostro ragionamento). Scienze.fanpage.it, monitorando le previsioni per il 2019, dice: “… Nel momento dell’anno in cui si sprecano i buoni propositi e abbondano le frasi retoriche sulle occasioni mancate, Wingia (Worldwide Indipendent Network of Market Research) pubblica il suo “Annual global End of Year survey reveals a world of conflicting hopes, happiness and despair”, il resoconto annuale sul livello di felicità e soddisfazione degli esseri umani diviso per nazioni. Partiamo subito con il dire che per noi non ci sono buone notizie, ma, forse e in linea con i risultati pubblicati, potevamo aspettarcelo…
“L’ottimismo è il profumo della vita” diceva anni fa in un famoso spot il grande Tonino Guerra e, a quanto pare, l’Italia puzza visto che tra i 68 Paesi presi in analisi, il nostro è risultato quello più pessimista. Non è una notizia sorprendente ma conferma uno stato d’animo diffuso nel Paese, quel pessimismo di fondo che ha – come scrive «Investire oggi» – effetti visibili sull’economia reale, in termini di bassi investimenti, consumi stagnanti, bassa fertilità ed elevato tasso di inattività lavorativa, con milioni di persone a nemmeno cercare un impiego, in quanto scoraggiati dal trovarlo. Reagire al pessimismo non è facile, non lo si fa per decreto o tramite una riforma, ma creando un clima di fiducia, che poggi non nell’ostentazione di un ottimismo di maniera – pratica per la quale la politica italiana è maestra da anni…

La Conferenza di Yalta, un evento storico che ha segnato la vita dell’Occidente

La radice antica di questo stato di cose è riportabile a quello che può essere descritto come il ruolo che il Paese ha avuto nel dopoguerra nella logica di quello che fu chiamato il “bipolarismo coatto”. La spartizione del mondo tra le due potenze di allora, gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, portò il Bel Paese ad esser frontiera tra i due blocchi e terreno di scambio da cui maturarono il processo politico istituzionale e il ruolo dei partiti che stabilizzò il carattere consociativo della nostra realtà.
Jalta sancì la divisione dell’Europa in blocchi contrapposti e l’Italia, con la presenza del maggior Partito comunista in occidente, divenne territorio di delimitazione tra i due blocchi che determinò, tra alti e bassi, l’esigenza di definire un equilibrio che fu realizzato con una vera e propria forma di consociativismo. Ciò a scapito dello Stato di diritto, affinché si realizzasse una pax sociale che nasceva con caratteri paternalistici. I gruppi dirigenti, sotto la tutela dei due partiti che rappresentavano le maggiori forze in campo alimentate dalla proiezione diretta delle due super potenze di allora, si formavano nello schema cooptativo che assicurava il continuismo e il controllo.
Distribuzione del debito pubblico (coperto dallo schieramento occidentale), spartizione lottizzata che definiva la mappa di quella che si poteva chiamare “democrazia fittizia”, controllo ideologizzato di ogni opposizione, ibernata nella certezza di non poter accedere al potere per la subalternità al blocco dell’Est. È dentro questo ombrello mondiale, dove si definiva il controllo (non senza accelerazioni critiche) della mappa politico-culturale di un Paese sostanzialmente subalterno, che si è formata l’Italia del dopoguerra. E questo ovviamente senza sottovalutare le energie individuali, la creatività, la qualità di eccellenze che però erano messe nella impossibilità di fare massa critica democratica e liberale da potersi trasformare in alternativa con i caratteri dell’alterità.
Si tratta di un abbozzo di analisi, già più volte richiamata su queste pagine e che ovviamente ha pur sempre un carattere limitato anche se generale. È comunque in questo scenario che i processi di cambiamento, tecnologico, economico, culturale o sub-culturale devono essere interpretati. La crisi italiana si muove all’interno di fenomeni disgregativi gravi, evidenti, anche perché sono stati annullati tutti i tentativi di creare luoghi di evoluzione democratica, sono state ingessate le contraddizioni e non si è consentito di risolvere, in chiave autenticamente riformatrice, tutti i processi di cambiamento che la crisi del welfare conteneva. Nessuna possibilità di sperimentazioni e evoluzione in chiave autenticamente liberale e democratica, proprio perché la classe di regime le riteneva rischiose per il mantenimento del proprio controllo eterodiretto. Fino all’attuale accelerazione di natura disgregativa.

Marco Pannella, rivivono ancora oggi le sue intuizioni ma occorre riportarle al centro del dibattito politico nazionale

Ripercorrere in questa sede tutte le vicende che hanno accompagnato la vicenda radicale di Marco Pannella, espressa nel dettaglio dalla strategia riformatrice referendaria che conteneva, nell’alveo della Costituzione, tutti i caratteri di riforma necessaria e urgente, diventa superfluo e ripetitivo. Eppure è utile sottolineare alcuni aspetti strutturali della mancanza di legalità e di rispetto delle regole e del diritto a cui si è ricorso, finendo per bruciare tutti gli elementi innovatori e democratici fino ad arrivare alla rappresentazione, che è sotto i nostri occhi, di presunti soggetti del cambiamento che non sono altro che l’estrema proiezione della perversione antidemocratica.
Quali possono essere i capisaldi in cui si è potuta mantenere ingessata la vicenda italiana? Vediamo per sommi capi. Viene subito in mente il processo formativo dell’agenda politica. Cosa si deve intendere per agenda politica? In primo luogo chi controlla le scelte? È vero che il processo di frantumazione che oggi viviamo è tale da rendere sempre più complicata la percezione delle modalità con cui si realizzano le scelte, ma è indubbio che, dopo la lunga stagione del monopolio partitocratico, giunto oggi alla sua conclusione (con la paradossale dinamica che vede la società, le istituzioni esprimere una riformulazione dei vizi partitocratici come la burocratizzazione e la presenza di oligarchie al vertice della gestione), si assiste al definitivo deflagrare dei luoghi dove la democrazia dovrebbe realizzarsi (si pensi al Parlamento oggi configurato come un ambito inutile e superfluo).
Ma si tratta di fenomeni che nascono proprio nella lunga, devastante azione di annullamento della dialettica democratica, dello Stato di diritto. Per cui abbiamo l’incredibile situazione in cui nella formulazione della restituzione ai cittadini del ruolo di soggetto decidente ci ritroviamo con la più inquietante logica della totale assenza di capacità di intervento degli stessi sui processi economici, politici, culturali. Alla logica elitaria della omertà partitocratica si è sostituita, nella più lineare continuità, un attacco alle élite che serve a creare una cortina fumogena di invisibilità alle élite nascoste, molto spesso di natura finanziaria, che completano il loro disegno di aggressione alle soggettività politiche e alle istituzioni democratiche.
Ovviamente il controllo delle risorse finanziarie è da considerare una “risorsa” essenziale per il potere. Essa ha consentito il controllo delle organizzazioni (partiti e movimenti, associazioni pubbliche e occulte, poteri economici e finanziari di indirizzo) …
Qui entra in campo la risorsa più micidiale di cui dispone il potere descritto: la comunicazione. Certo, così come già descritto, il controllo della comunicazione nasce all’interno del tragico disegno antiliberale e antidemocratico che ha modellato il Paese. L’abbattimento delle deontologie professionali è sicuramente l’impianto di fondo di una classe dirigente del recente passato che non solo si è autodistrutta, ma ha preparato le basi della deflagrazione del Paese.
Nel libro l’altro Radicale: essere liberali senza aggettivi, realizzato con Luigi O. Rintallo e che costituisce lo spunto di riflessione su cui è nato questo numero di «Quaderni Radicali», ho provato a descrivere il contesto in cui questo fenomeno prende forma:

“… Due sembrano essere gli ingredienti di questo quadro. Uno prende forma, anche nel contesto delle nuove tecnologie e degli strumenti digitali che influenzano le informazioni e quindi la vita delle persone, degli Stati e della politica, con il suo portato di un “progresso” pericolosamente inquinato dalla micidiale mescolanza fra l’avidità degli speculatori digital-finanziari e le tardive propaggini di una controcultura di fatto svincolata da un approccio pragmatico al reale.
L’altro è, più specificatamente per il nostro Paese, legato alla debole conoscenza, che si trasforma in ignoranza, di cui gli Italiani sono vittime. Per quest’ultima le ragioni sono molteplici, ma si può dire che pochi sembrano essere consapevoli di quanto costa l’ignoranza a cui sono sottoposti e quale meccanismo di arretratezza procura tutto ciò.
I due fenomeni si intrecciano e si sovrappongono e sono il frutto velenoso di un modello paternalistico di democrazia fittizia, che si è sviluppato, nello schema post-Jalta del Belpaese, sia per la struttura storico-politica, sia per la diffidenza internazionale post-fascista. Nel DNA italiano è diffusa, per il modello di welfare che si era creato, l’assenza della cultura del “chi paga”, la mancanza di spirito critico – inteso come cultura laica, empirica della responsabilità -, la indisponibilità all’azione collettiva (che ha preso poi il ritmo diffuso in non pochi casi dell’individualismo amorale) la cui conseguenza è la ridotta attitudine a tentare di risolvere i problemi”.

L’ignoranza, ovvero la non conoscenza. Giovanni Solimene nel suo libro Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia (Editori Laterza) ci ricorda una frase di Pasquale Villari che, nel lontano 1866, ammoniva: “Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza…”. A oltre 150 anni sembra che lo scenario sia immutato. Popolazione adulta, ma soprattutto i giovani confermano che siamo ancora preda di un allarme ignoranza. Un esempio di ciò si riscontra ad esempio nel fatto che le imprese (a cui non mancano responsabilità e colpe, essendo in larga misura figlie di quello che veniva chiamato il “capitalismo di relazione”…) hanno una ridotta propensione a investire in nuove tecnologie per le difficoltà che incontrano nel reperire sul mercato del lavoro adeguate competenze.
Formare pensiero critico, approccio empirico alle cose, non certo disgiunto dai valori, sembra essere una meta irraggiungibile. Una società che ignora, che è stata abituata al ribellismo infruttuoso ed esaustivo, che non ha capacità di orientarsi nei contesti, che non dispone di conoscenza per l’individuazione delle logiche di riferimento e di come incidere su di esse (emblematico in questo è la falsificazione delle stesse battaglie di disobbedienza civile, camuffate in eventi di distrazione di massa) non può che essere marginalizzata dalle sfide che la realtà che viviamo ci impone e stimolata a tentazioni qualunquistiche.
In un sistema informativo declinato in un unico registro (con quattro network televisivi, anche di informazione, che raccontano un unico scenario, condito da contrapposizioni scenografiche ma tutte iscritte nella logica dello stesso treno che va in una sola direzione) la sfida diventa drammatica e il restringimento degli spazi di libertà sarà la tentazione di scellerati e approssimati uomini di governo.
Per dare forma compiuta al pensiero unico omologante e, in alcuni casi, falsamente anticonformista, ecco il “politicamente corretto”. Eugenio Capozzi nel suo libro ad esso dedicato, per la collana “Nodi” di Marsilio Editori, ricostruisce la storia di questa ideologia e le radici profonde della visione che l’ha generato. In questa formula oggi abusata e logora – scrive – è racchiuso un potente luogo comune, uno stereotipo tenace. “Come tutte le forme di ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù, secondo la celebre massima di La Rochefoucauld”. E aggiunge “… che la menzogna rende alla verità”, sfigurandola.
Scrive Franco Ferrarotti nel suo libro Il viaggiatore sedentario. Internet e la società irretita pubblicato dal Centro editoriale dehoniano: “… Si è spezzato il legame fra memoria, esperienza e vissuto … e il nostro pensiero non è più ordinato e coerente, ma troppo concentrato sul calcolo, sul complotto e su progetti ‘a breve scadenza’ in base alle convenienze immediate”. Nella nostra solitudine, ampliata dal cattivo uso di una risorsa decisiva come il web, perdiamo la intelligenza delle cose e la nostra capacità di distinguere realtà e pettegolezzi…
Il falso cambiamento che ci troviamo a vivere riassume i caratteri di una partecipazione fittizia e si misura in un perimetro di totale assenza di capacità di mobilitazione, che non è solo domanda di partecipare ma capacità di partecipazione reale. Lo sforzo da compiere va nella direzione, umile ma forte, di ricreare pozzi di sensibilità liberale e dei diritti.

In copertina, il direttore di Quaderni Radicali Geppy Rippa