Angoscianti interrogativi suscita la vicenda di Noa, la giovanissima ragazza olandese che si è lasciata morire a causa di una forte depressione seguita alle violenze subite

Non v’è alcun dubbio che l’essenza dell’uomo sia la libertà, o quanto meno l’aspirazione alla libertà, all’autodeterminazione, al riconoscimento del diritto di scegliere autonomamente. Ma la libertà per esercitarsi ha bisogno della vita, dell’apertura del possibile, del revocabile e trasformabile, e se la libertà è scelta per la morte, si nega in se stessa, rattrappisce nel suo opposto: il necessario, l’irrevocabile; cos’è infatti la necessità se non il segno della morte, di quella condizione che è l’assoluta negazione del possibile, del nuovo, del futuro?   E allora, come si può giustificare in nome della libertà, la decisione di togliersi la vita? Come si può legiferare per assecondare questa radicale autocancellazione dell’umano? Ma anche a voler comprendere e accettare la possibilità che condizioni estreme di umanamente irrecuperabile declino della vita, specialmente quando la vita per un tempo troppo lungo dipende dalle macchine e dai farmaci, rendano umanamente legittime le scelte per la morte (compiute, nei casi estremi indicati, da altri, medici o familiari o comunque persone legittimate a farne le veci), non si può tollerare che sia legittimato a scegliere di morire addirittura una ragazza o un ragazzo di dodici anni, come previsto in alcune legislazioni del nostro civilissimo Occidente! L’eccesso di libertà uccide la libertà. Che valore ha per noi la vita, se siamo disposti a farla spegnere con tanta leggerezza? Una ragazza o un ragazzo di dodici anni o di diciassette anni (come nel caso di Noa, la ragazza olandese, che ha deciso di ricorrere all’eutanasia per porre fine alla sua vita logorata dalla depressione a seguito di uno stupro subito da bambina) ha tutto il tempo davanti a sé per curarsi o più precisamente per essere curato: la famiglia, ma più propriamente la società ha il dovere assoluto, l’imperativo assoluto di combattere per farle o fargli “combattere per la vita”. “Combattere per la vita” è il titolo di uno splendido, sconvolgente, articolo di Michela Marzano ( “La Repubblica”, 5 giugno 2019) a proposito, appunto, della scioccante vicenda di Noa. Certo, chi può pretendere di giudicare l’inferno interiore che la depressione nelle sue forme più gravi provoca? E tuttavia non si può autorizzare, legalizzare, la scelta di uscire da quell’inferno con il suicidio. Non si può accompagnare e agevolare il suicidio – io penso mai – ma certamente in questo caso. La depressione si può combattere e vincere con la solidarietà di chi ci sta intorno o di chi per vocazione religiosa o sociale cerca di riempire l’eventuale vuoto in cui la persona, indipendentemente dalla sua età, ma sicuramente in modo particolare se adolescente, si trova. La depressione si combatte e si vince con le cure farmacologiche e relazionali, con la neurologia, la psichiatria e la psicoanalisi, a secondo dei casi. Una società che legittima l’abbandono della lotta per la vita è una società disumana. Non possiamo permettere che il bene supremo della libertà si rovesci nel suo contrario. La struggente riflessione di Michela Marzano con il riferimento autobiografico, che dà una forza eccezionale alle sue argomentazioni è davvero un contributo eccezionale alla riaffermazione del valore della vita, in quanto vita umana in cui si mescolano affermazioni e negazioni, gioie e dolori, ma di cui una situazione-limite è certamente la sofferenza, che può essere affrontata solo se la persona trova intorno a sé la cura dell’altro, degli altri, della società, solo se un atto d’amore la richiama alla bellezza della vita, la colpisce con un raggio di sole per illuminare la notte della mente. Ma, più in generale,  quanto può l’amore, quanto può la cura degli altri, per farci attraversare lo stretto sentiero tra la vita e la morte e tornare alla vita e’ quel che sa chi ha sperimentato anche una sola volta la tremenda minaccia della morte, del distacco dalla ricchezza ineguagliabile della vita. E certamente un grande impulso a combattere per la vita proviene anche dalla fede, che è un’altra forma dell’amore. Perché, come ha scritto Michela Marzano, “in assenza di amore e di condivisione si è morti già prima di morire: ci si convince di non valere nulla, di non avere più alcuna dignità, di essere inutili” .