Noi ricercatori col fiato sospeso in un Paese schizofrenico

Un percorso tracciato che di colpo si trasforma in una corsa a ostacoli: la manovra ispirata a criteri ragionieristici che escludono il merito

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Negli ultimi mesi, dopo il superamento del concorso da R-tdb, mi ero quasi convinta di aver trovato una qualche stabilità, atteso che la stabilità nel lavoro, per la mia generazione, si traduce automaticamente nella flebile per quanto rassicurante certezza di dimenarsi nella vita quotidiana senza lussi, ma senza pensieri. Amici e colleghi confortanti mi hanno detto, più volte al giorno, di non temere l’ennesima messa alla porta. La legge – la legge Gelmini – è chiara: i ricercatori come me che arrivano a un contratto triennale dopo decenni di precariato – ovvero contratti di docenza retribuiti una miseria che spesso non coprono nemmeno le spese per arrivare da casa all’università; assegni di ricerca o nel migliore dei casi contratti da ricercatore di tipo A, cioè tre anni a tempo determinato; collaborazioni a progetti di ricerca spesso non retribuite (perché, qualsiasi sia il tuo status, alcuni progetti non permettono la retribuzione dei proponenti) – sono automaticamente stabilizzati come professori associati, sempre ammesso che abbiano nel frattempo ottenuto l’abilitazione scientifica nazionale. Insomma, prendi l’abilitazione, perché ne hai i titoli, ed è fatta.

Qualche giorno fa, invece, leggendo le farneticazioni sulla manovra su una stampa indaffarata a discutere di un testo fantasma, ha cominciamo a martellarmi di nuovo l’idea che tra poco più di un anno potrei ritrovarmi di fronte a un blocco delle assunzioni che finirebbe col procrastinare di mesi la mia stabilizzazione. La notizia è stata successivamente smentita da esponenti del governo che, evidentemente accortisi del rischio di ricorsi, scrivono sui social network – come usa nella democrazia diretta del terzo Millennio – che i ricercatori di tipo B sono esclusi dal blocco. Sospiro di sollievo, misto però alla rabbia per i ‘colleghi’ strutturati (ricercatori a tempo indeterminato ante riforma Gelmini, abilitati da associato, o associati con l’abilitazione da ordinario) a cui la manovra blocca la carriera per qualche mese o anni (tanto per cirare Toninelli e Salvini).

INTELLETTUALI “SCIOPERATI” In effetti, il governo del cambiamento cambia tutto, meno che l’atavica concezione degli «intellettuali» quali pericolosi privilegiati: gente scioperata che ha trovato di meglio da fare che lavorare. È la vecchia e nota logica punitiva contro il sistema universitario, la scuola, l’educazione (parola ormai obsoleta, il cui abbandono, tuttavia, spiega in sé il disorientamento cognitivo del tempo presente); l’ennesima scure che pretende di sciogliere, attraverso tagli sistematici e brutture burocratiche, il nodo di carriere, secondo il volgo, viziate da nepotismo, favoritismi e impunità. Una parte del Paese e l’intero governo non sanno cos’è l’università oggi; non conoscono i lavoratori della ricerca, appassionandosi a essi solo quando «cervelli in fuga» – i ‘geni’, che questo sistema fisiologicamente respinge, scappano all’estero, mentre qui restano le presunte schiappe, i protetti, le mogli e i mariti, le amanti e i figli di papà.  Badate, che il sistema punisca chi non è in grado di svolgere il proprio lavoro ci sta. Personalmente, non ho mai ritenuto di avere capacità di ricerca o abilità didattiche maggiori o migliori di altri. Se c’è qualcuno più bravo, pazienza. Il sistema, però, avrebbe dovuto dircelo all’inizio della carriera, quando, giovani e con i cervelli infuocati, abbiamo cominciato a insegnare nelle università di mezzo Paese, a scrivere e a pubblicare lavori anche prestigiosi, contribuito a organizzare convegni o partecipato a ricerche di rilievo anche internazionale. Qui non è in discussione il «merito» (concetto abusato, che pure necessiterebbe di profonda meditazione), né la capacità di ciascuno di noi e delle strutture nelle quali lavoriamo di stare dentro parametri contraddittori che valutano tutto ciò che produciamo, con la crescente smania burocratizzante dell’immateriale. Persino la corsa per stare dentro alle famose ‘mediane’ – che per qualcuno di noi, specie nei momenti di pausa tra un contratto e l’altro, ha significato alternare un lavoro precario, sottopagato e sfruttato al lavoro gratuito, pur di non abbandonare l’università – si rivela inutile. Un’inutilità dettata dal fatto che lo Stato – lo Stato per cui lavori – ti dice che deve usare il tuo stipendio o una parte di esso (non si dimentichi l’atavico blocco degli avanzamenti stipendiali) per finanziare altre misure e risollevare un Paese che soggiace alle «limitazioni imposte dai vincoli europei legati al debito pregresso». Il virgolettato non è di Mario Monti: è il ‘giovane’ viceministro Lorenzo Fioramonti che spiega, sempre in un post, perché non si è potuto fare di più. La versione in farsa delle lacrime di Elsa Fornero.

RICERCA AFFOSSATA Il governo del cambiamento affossa la ricerca e quindi il proprio futuro, per erogare misure populiste, raffazzonate e illusorie: «quota 100» e reddito di cittadinanza, i cardini del contratto di governo imposti rispettivamente da Salvini e da Di Maio, non stanno in questa manovra. Saranno – se, quando e come il fato vorrà – disciplinati con provvedimenti ad hoc. La manovra contiene solo tagli lineari alla Tremonti e alla Monti, riversati su questo o quel capitolo. Il cambiamento spiegato dalla propaganda governativa mette assieme tutto e il contrario di tutto: per l’università si va dalla promessa dell’abbattimento del precariato con assunzioni a tempo determinato (sic! ma è la legge), a briciole destinate alle borse di studio, al preteso aumento del fondo ordinario. Dichiarazioni di intenti su cui, però, peserà l’imbrigliamento delle clausole di salvaguardia.

LA MANOVRA DEI CONTROSENSI Più in generale, viene fuori un Paese schizofrenico, tanto che corre il dubbio che questo disegno sia inquietante proprio perché casuale, fatto di provvedimenti sconnessi con i quali i due azionisti (con quello di minoranza che prevale su quello di maggioranza) intendono solo rabbonire, ciascuno, il proprio elettorato.  La manovra dei controsensi colpisce chi rispetta il tacito contratto di lealtà che lega il cittadino al proprio Paese, perché fesso è chi paga le tasse, chi cerca lavoro e non assistenza, chi sogna che questo diventi, in qualche modo, un Paese ‘normale’.