Occorre una strenua vigilanza

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L’informazione è stata – sin dagli albori della società moderna e dalle prime “gazzette” in età illuministica – considerata nell’ambito delle attività da cui discendono diritti e libertà fondamentali: il diritto alla informazione (e veritiera) per i lettori, la libertà di stampa per i professionisti della notizia. Paradossalmente però, più è andata ampliandosi nell’ultimo mezzo secolo la sfera dei diritti e delle libertà (fino a generare un elenco contraddittorio e pleonastico, dilatato ai più minuziosi desideri individuali scambiati per diritti), più sono stati messi in pericolo libertà di stampa e diritto alla informazione libera (e veritiera). Naturalmente sono aumentati a dismisura lo scompenso (e la sproporzione) tra proprietà più o meno occulte dei mezzi di informazione (funzionali a poteri sottratti ai vincoli della democrazia eguale per tutti) da un lato, e salvaguardia della libertà fondamentale dei cittadini di essere correttamente informati in quanto sovvenzionatori della libera stampa dall’altro.
Purtroppo la questione va sottratta a motivazioni interne e ricondotta al più generale quadro della crisi del diritto e delle sue fonti legittime. Diritto all’informazione e libertà di stampa sono principi fondamentali per lo Stato di diritto, che conosce come sua regola l’ordinamemento e come fonte la volontà sovrana dei cittadini; entrato però in crisi lo Stato di diritto – e di conseguenza la certezza della legge – non rimane altro che il libero scontro in cui fittiziamente pre-potenti e uomini comuni si confrontano in una lotta impari, nella quale la posta in gioco è la giustizia e la libertà di vivere tra eguali. Per questo la battaglia civile e sociale si sposta dal terreno di uno Stato – non più monisticamente garante delle libertà attraverso la legislazione unica fonte del diritto e della sua certezza – a quello magmatico di una regolazione giuridica affidata a espressioni plurali, ritenute capaci di tenere il passo con i mutamenti sociali ed economici, ma potenzialmente corruttrici della sovranità.
Nella lezione che ha tenuto per il conseguimento a Buenos Aires della laurea honoris causa, il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ordinario di diritto privato nell’Università italiana, ha sostenuto che «i codici etici, i bilanci sociali, le norme di autoregolamentazione adottate spontaneamente dalle imprese, e da cui dipendono anche le loro capitalizzazioni di borsa, si sono sviluppati insieme a linee di soft law internazionali, come le linee guida OCSE per le imprese multinazionali», apertamente riferendo questi fenomeni alla creazione di «norme giuridiche concepite un modo nuovo a livello nazionale e di Unione Europea». Una tale prospettazione, dunque, accoglie come definitiva la rinuncia alla certezza della garanzia pubblica del diritto per proclamare il primato della fonte privata del diritto comune? Cosa tutelerà oggi ed in futuro i fruitori di una stampa condizionata da poteri economico-politici interessati al controllo sociale? Basterà una più attenta vigilanza che scopra la forza della democrazia e dell’eguaglianza che reclama un diritto comune?