Ora la classe operaia si scuota dal letargo

Occorre, come sostiene Luigi Manconi, aggregare intorno alle tristi vicende industriali sindacati e partiti, movimenti spontanei e organizzazioni ambientaliste per difendere non solo la realtà del lavoro organizzato, ma anche la sua vera e profonda umanità

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In un’Italia sconvolta dai nubifragi – drammatici quelli di Venezia e di Matera – e dalla pesantissima crisi aperta dalla decisione di ArcelorMittal di chiudere gli stabilimenti di Taranto e di gettare sul lastrico oltre 10.000 operai, appare sempre più flebile e debole, per non dire afona, la voce delle forze politiche, in particolar modo di quelle che una volta affrontavano, in sintonia con i sindacati di riferimento, i pesanti attacchi ai livelli occupazionali e agli aumenti salariali. Eppure, quali che siano le sue scelte elettorali, la classe operaia italiana (ma direi europea e mondiale) è sembrata, almeno fino a quando non sono venute al pettine le ultime gravissime situazioni indotte dal ceto affaristico imprenditoriale, aver smarrito la sua capacità di contestazione e di correzione delle scelte di quelli che una volta erano chiamati i padroni. Già, i padroni!! E come non chiamarli così quando apprendiamo dai giornali e dagli istituti di ricerca che il colosso ArcelorMittal – il più grande produttore di acciaio del mondo presente in 60 paesi, con 200.000 dipendenti – incassa un utile netto (riferito al 2016) di 1,8 miliardi di dollari? Una volta la politica, la buona politica capace di fronteggiare con le sue capacità di controllo e mediazione le scelte e le decisioni di piccole e grandi industrie e i sindacati portavano avanti lotte salariali e contrattuali in una dialettica spesso accesa con la controparte confindustriale. Oggi dopo un ventennio e più di crisi e di dismissioni – è un caso che la crisi attuale ha come data di nascita la chiusura dello stabilimento siderurgico di Bagnoli nel 1990? – si registra un fenomeno di inarrestabile emorragia del peso del lavoro salariato e degli addetti all’industria in particolare. Solo negli ultimi dieci anni si è avuta una perdita secca della mano d’opera addetta al settore industriale passata dal 30% al 22,5%. E, tuttavia, non si può certo dire che la classe operaia, nelle sue varie tipologie, sia sul punto di estinguersi, giacché tra operai e lavoratori delle costruzioni, essa sfiora i cinque milioni e mezzo di addetti. Il vero problema è che col passare degli anni dopo le lotte operaie della fine degli anni ’60, la capacità di rappresentanza da parte dei sindacati è venuta lentamente, ma inesorabilmente, scemando. Le sconfitte sono venute sempre più accumulandosi man mano che i principali luoghi dell’industria italiana o chiudevano i battenti o venivano ridimensionati e il nucleo forte del movimento operaio, quello legato innanzitutto al PCI e alla CGIL, o veniva estinguendosi o, purtroppo, passava armi e bagagli nelle fila della destra prima berlusconiana e adesso salviniana. Tutto ciò ha naturalmente una causa e una serie di conseguenze. La causa è il continuo stillicidio di crisi industriali: dal tessile al chimico, dal settore automobilistico a quello delle costruzioni ed ora quello dell’acciaio, per non parlare poi del diffondersi di un dannoso processo di trasformazione della forza lavoro, sempre più caratterizzata dalla prevalenza delle tecnologie informatiche rispetto al lavoro manuale. Certo questo non è soltanto effetto di una crisi apparsa sempre più ingovernabile da parte dei governi italiani dell’ultimo lustro, ma anche di una sorta di letargo che ha colpito i lavoratori e le sigle sindacali di appartenenza, spesso considerati responsabili di “connivenza” con i governi di centro-sinistra. Forse proprio questa lenta “dismissione” delle forme di lotta e di opposizione al disegno padronale potrebbe arrestarsi nella misura in cui – come scrive Luigi Manconi su “Repubblica” – autonomamente la classe operaia si riscuote dal lungo letargo e riscopre il suo ruolo, aggregando intorno a sé sindacati e partiti, movimenti spontanei e organizzazioni ambientaliste per difendere non solo la realtà del lavoro organizzato, ma anche la sua vera e profonda umanità.