Un’orchestra salverà Salerno. Potrebbe essere una petizione di principio, registrata in uno dei salotti di quest’estate torrida. Il fatto è che “un’orchestra a Salerno” è, questa volta, una petizione seria. È il desiderio-scommessa di uno dei più prestigiosi direttori d’orchestra del mondo, Daniel Oren che, a cinquantuno anni dal suo debutto (fu lanciato in scena, come voce solista, da un signore che si chiamava Leonard Bernstein) e a quarantaquattro dalla vittoria in Germania dell’Herbert von Karajan (il celebre premio conferito ai direttori più promettenti del panorama musicale internazionale), oggi si alterna sul podio delle maggiori orchestre del mondo. Dall’Opéra Bastille di Parigi allo Staatsoper di Vienna, dal Covent Garden di Londra al Metropolitan di New York, dal Teatro Colón di Buenos Aires al Teatro dell’Opera di Tokyo, Oren lavora stabilmente come direttore ospite dell’Accademia di Santa Cecilia, del Maggio Fiorentino, della Filarmonica di Israele e dei Berliner Philharmoniker e come direttore musicale dell’Arena di Verona. Da oltre dodici anni è anche il direttore artistico della stagione musicale del Teatro Verdi di Salerno, fra premesse grandiose e qualche recente delusione.

Perché si batte da tempo per costituire una orchestra di giovani musicisti salernitani e campani?
È il mio sogno e impiegherò tutte le mie forze per riuscirci, nonostante mi abbiano chiesto di lavorare a un progetto simile in Russia, in Polonia, in Israele. Mi affascina però di più riuscire a realizzarlo a Salerno, perché in questa terra vi sono talenti musicali grandissimi che, se guidati bene, potrebbero emergere a livello internazionale. Invece oggi, per riuscirci, sono costretti a emigrare. Ho conosciuto giovani bravissimi che vanno via, chi a Milano, chi a Lugano. Vorrei aiutarli a restare qui e sarei disponibile a stare molto tempo con loro per vederli crescere. Per me diventerebbe un’autentica missione. E non mi preoccuperei di perdere i molti soldi che il mio lavoro mi fa guadagnare in giro per il mondo. Avrei tantissime soddisfazioni e mi adopererei per una giusta causa, in favore della musica e di una città che merita tutto il mio impegno.

Il progetto però non decolla.
Non ho potuto realizzarlo perché nessuno mi ha dato una mano, in particolare i politici, che non riescono a cogliere l’importanza di creare una straordinaria occasione per i giovani. Forse non sono riuscito a far comprendere gli sviluppi che potrebbe avere una grande orchestra di Salerno, anche dal punto di vista sociale. Al di là del dato artistico, sarebbe un argine contro l’emigrazione intellettuale. Questa idea per la quale lavoro, mi creda, è una scelta di vita. E io ritengo che un artista debba porsi l’obiettivo di creare una grande occasione che valga più per gli altri che per sé.

Se vi fosse il sostegno richiesto, quali tempi prevederebbe per la nascita della giovane orchestra di Salerno?
Daremmo immediatamente corso ai bandi per le audizioni. Impiegherei per le procedure preliminari non più di quattro, cinque mesi.

Si potrebbe prevedere dall’inizio un successo nazionale?
Non solo nazionale, ma internazionale. Se l’orchestra si fa seriamente, viaggia in tutto il mondo. Vi sono gli esempi della “Gustav Mahler Jugendorchester” voluta da Claudio Abbado e della “Orchestra giovanile Luigi Cherubini” fondata nel 2004 da Riccardo Muti, due colleghi ancora più impegnati di me che, in un momento particolare della loro esistenza, hanno voluto dedicarsi alla crescita artistica dei giovani musicisti.

Da dove nasce questo suo legame così forte con Salerno?
Dei salernitani ho cominciato a cogliere da molto tempo la ricchezza del cuore e la passione per l’arte, la cultura, la sana aggregazione. Sono caratteristiche che ho trovato anche in tutti gli italiani. Io vivo per il mondo e in ogni città mi vado a cercare sempre un angolo italiano, una libreria, un ristorante. Sarà che mi manca la mia patria, il mare di Tel Aviv che mi ricorda mia madre, i primi incontri con la musica. E a Salerno c’è più calore che in altre città d’Italia.

Intanto, però, lei vive a Parigi, la metropoli della grandeur.
Vivo ovunque, sono sempre in giro. Certo, Parigi è immensa, straordinaria, ma è una città molto spesso grigia e il grigiore mi rende triste. Forse anche perché non c’è il mare e manca in molti giorni il sole.

Torniamo ai giovani musicisti di Salerno. Lei è stato ospite, nelle settimane passate, del Conservatorio Martucci, dove saranno selezionati i giovani per “La vedova allegra”, produzione del Teatro Verdi e dello stesso Conservatorio, in cartellone nella prossima stagione lirico- sinfonica. E poi ha tenuto un’applaudita lectio magistralis agli studenti dell’Università di Salerno.
Sì, sto avendo un buon dialogo con la città anche attraverso le scuole e l’Università. Credo che sia iniziato un percorso virtuoso, che intendo articolare. La grande emozione dell’incontro con gli studenti dell’ateneo la porterò sempre dentro di me. Nei giorni scorsi ho ospitato all’Arena di Verona proprio alcuni degli studenti liceali che hanno partecipato a quella manifestazione. Ho passato con loro, prima dell’Aida, un’ora e mezza indimenticabile. Erano felici, ma io più di loro, mi sentivo al settimo cielo. Hanno visitato l’Arena, hanno percorso il lungo asse, le gallerie, hanno visto la cavea. Più di altre volte ho avuto paura che quella sera piovesse. Il cielo era brutto. Mi sarei rammaricato soprattutto per loro. Poi, come per un miracolo, che a Verona accade spesso, si è schiarito tutto e la musica ha avuto il suo spazio.

Lei è a Salerno dalla riapertura del Teatro Verdi. Era il 2007.
Il mio rapporto è cominciato con De Luca sindaco. Mi propose, per la riapertura del teatro, la direzione artistica. Io ero molto impegnato, gli dissi di non avere tempo. Ma lui ha insistito a lungo: “Daniel, ho bisogno di lei. Lei è un’eccellenza e io per il Verdi voglio proprio lei. Potremo fare grandi cose insieme, anche a distanza. Accetti, la prego”. Mi ripeteva sempre questa parola “eccellenza” attribuita a me. Io negli anni passati avevo lavorato a Napoli, al San Carlo, ma di Salerno avevo sentito parlare molto poco. Era considerata una città di provincia, quasi anonima. Alla fine, accettai. E ho potuto verificare come quest’uomo, in pochi anni, sia riuscito a rivoluzionare tutto. Salerno è meravigliosa, pulita, aggregante, sveglia, sensibile. È un politico che ha… non mi viene la parola, ce l’ho in mente ma in ebraico. Mi attenda un attimo, la traduco. Eccola, l’ho trovata: De Luca ha una ‘visione’ grandissima. Perciò ha lanciato la città sul piano internazionale, con l’urbanistica, le luci, l’arte, il teatro. Lui è come pochi. Sempre attentissimo, lo ricordo a ogni debutto, in prima fila, sensibile alla musica, capace di emozionarsi. I risultati del suo lavoro si vedono. Se mi faranno fare l’orchestra, gli darò una mano a mettere un altro tassello per una Salerno ancora più internazionale.

(“il Quotidiano del Sud-l’ALTRAVOCE dell’Italia”- SalernoSera)