Paga da 600 euro. E 40 ore di lavoro

Sfruttamento nei centri commerciali. Stipendi da fame per molti commessi e tanti di loro si dotano di false partite Iva

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“Si ricerca una commessa volenterosa, puntuale e spigliata per negozio di abbigliamento donna situato a Salerno. Contratto di lavoro: Tempo pieno. Stipendio: da 500 euro a 600 euro al mese”.
Si ricerca “a Salerno, una risorsa che opererà all’interno del negozio e si occuperà della gestione dei clienti. Si offre collaborazione con Partita Iva e retribuzione composta da fisso + variabile. Si richiedono orientamento al cliente e disponibilità full time”.
Altri annunci con queste caratteristiche nel settore delle vendite a Salerno si possono ritrovare nei siti specializzati in internet.
Chi legge, nel contesto in cui viviamo, si starà chiedendo: e cosa c’è di strano? C’è di strano che non può esserci un dipendente, a tempo pieno, con partita iva. O si è un lavoratore autonomo o si è un lavoratore subordinato. Se si è un titolare di partita iva ma con mansioni da dipendente, allora vuol dire che si sta lavorando a nero.
Così come chi è una lavoratrice a tempo pieno in un esercizio commerciale, per i contratti nazionali e la legislazione del lavoro vigenti in Italia, non può essere pagata tra 500 e 600 euro al mese. A meno che l’inquadramento non sia come stagista retribuita, per il quale potrebbe ricevere tali cifre per 40 ore settimanali, ma dovrebbe svolgere un tirocinio e non essere una dipendente a tutti gli effetti. Se si confonde il tirocinio con il lavoro vuol dire che chi propone un annuncio di lavoro di questo tipo è proprio sicuro che, ormai, le cose vanno così e, quindi, si troveranno persone che accetteranno.
Il punto è che le cose vanno così male anche perché si continuano ad occupare tante persone in queste condizioni e i settori economici in cui tali condizioni occupazionali si diffondono continuano ad ampliarsi. Fino a diventare, come nell’area urbana di Salerno, i settori principali.
Commentando questi annunci, oltre ad alcune esperienze raccolte, Francesco Iacovone, delegato del Coordinamento Cobas, li ha definiti assurdi, evidenziando che andrebbero verificati, nel dettaglio, contratti e reali condizioni di lavoro per capirne la correttezza dal punto di vista legale.
La correttezza, infatti, in molti casi è solo sulla carta.
È chiarissimo quanto mi ha detto un ex impiegato di un grande magazzino di prodotti per la casa nella città di Salerno: “molti contratti part time sono fittizi. E, al di là del part time, quasi mai le ore in più (praticamente obbligatorie) vengono retribuite (a me non pagavano circa 80 ore mensili)”. Scendendo maggiormente nel dettaglio, lo stesso lavoratore ha aggiunto “io ero in un punto vendita aziendale, quindi con la catena dei manager che è un meccanismo molto simile a quello del caporalato, prendevo paga da Contratto nazionale full time, ma svolgevo mediamente 4 ore in più al giorno e il sabato anziché essere libero lavoravo altre 8 ore”.
Un altro lavoratore, a tale proposito, mi ha confermato questa situazione con il seguente racconto: “facciamo il colloquio, mi dicono che sono interessati a me e mi propongono un contratto per 800 euro netti al mese, part time di 20 ore”, aggiungendo “ma ne lavori 40”.
Si richiede totale, piena e incondizionata disponibilità oraria. Una disponibilità spinta al massimo nelle festività: “ad esempio nel periodo di Natale, per un mese intero non ti danno giorni di riposo, praticamente lavori ininterrottamente”. È quanto mi ha descritto un altro lavoratore di un grande magazzino. Lo stesso lavoratore, alla domanda “ci sono anche full time? Più o meno quanto guadagnano?”, ha risposto che “ci sono full time e il guadagno dipende. Nei punti vendita ‘aziendali’ guadagnano più o meno stipendi regolari, anche se normalmente non pagano lo straordinario e non vengono pagati i notturni, ma la paga base è quella del contratto collettivo nazionale, mentre nei punti vendita ‘privati’, la paga è decisamente inferiore e le condizioni sono anche peggiori”.
Dunque, bisogna distinguere i punti vendita aziendali da quelli privati, solo collegati a grandi nomi o marchi ma gestiti da concessionari. Anche un altro addetto al commercio mi ha confermato che nel punto vendita in cui lui ha lavorato di una nota marca in un centro commerciale dell’area urbana di Salerno, gestito da un concessionario, le ore non pagate erano la norma. Alla domanda “da quello che si capisce non c’è lavoro nero, ma molto grigio”, la risposta è stata:”certo, lavoro nero molto raro, quasi zero. Precarietà infinita. Pensa alla figura specifica dei “natalini”.
Precarietà fatta di contratti di due, tre mesi che si rinnovano fin quando la legge lo permette per, poi, essere chiusi. Precarietà fatta di paghe che raramente superano mille euro al mese. Precarietà fatta di difficoltà a programmare la vita non lavorativa, in quanto è solitamente richiesta “disponibilità a lavorare su turni e durante le festività”, in un regime di “necessaria flessibilità oraria”.
Una precarietà radicale che comporta interviste anonime, in quanto, come mi ha detto una delle persone con cui ho parlato: “grazie, è meglio se non riporti i miei dati e dove ho lavorato, perché già il fatto di scrivere il nome del punto vendita farebbe facilmente risalire a chi ha dato le informazioni e io preferisco evitare”. Come se parlare delle condizioni lavorative vissute fosse un segreto, mentre, in realtà, queste condizioni non sono affatto un dato privato.
Le condizioni di lavoro sono regolate da leggi e contratti, sono un fatto pubblico. Si dovrebbe parlare sui giornali tranquillamente delle condizioni occupazionali vissute. Invece, non è così. Evidentemente, passare come una persona che rileva in pubblico i problemi vissuti è considerato un fatto negativo, che può mettere a repentaglio il fatto di mantenere o trovare una nuova occupazione. Una condizione di paura, dunque, che con il lavoro non dovrebbe avere nulla a che fare e che, tra l’altro, stride con tanti annunci che promettono di lavorare in un ambiente stimolante, di qualità, attento alla crescita personale e professionale.
A tutto ciò, bisogna aggiungere le richieste di “ottima presenza” con tanto di richieste di curriculum con foto intera che alcuni annunci presentano. Con annunci in cui le parole “ottima” e “foto intera” appaiono in maiuscolo. Pretese, evidentemente, fumose: cosa vuol dire avere una “ottima presenza” non si può sapere in maniera precisa, ma viene, in ogni caso, richiesta in via preliminare. Aggiungendo precarietà a precarietà. Incertezza ad incertezza.
Dunque, l’economia dei centri commerciale di Salerno e dintorni sembra proprio reggersi sul lavoro grigio, su retribuzioni basse, su lunghe o lunghissime giornate nei negozi e su grande disponibilità oraria, praticamente totale nei periodi festivi. Cosa vuol dire tutto ciò? Vuol dire che quasi scompare il lavoro nero e ad affermarsi sono le forme di lavoro regolate da un contratto che, nella realtà, non viene rispettato, con perdite di salario, tredicesime, contributi e imposte versate, a solo vantaggio delle imprese che non si attengono a quanto esse stesse si impegnano a fare sulla carta.
Ovviamente, ci sono alcune eccezioni. Uno degli intervistati, ad esempio, sta lavorando nel punto vendita di una multinazionale nell’area urbana di Salerno, nel quale, ha detto, di sentirsi un privilegiato: “il contratto viene rispettato. E non parlo solo delle ore e della retribuzione. Parlo anche dei ritmi, delle pause, dei dispositivi di sicurezza a norma. Ti sembra proprio un altro mondo in questo contesto”. Ecco, quella che dovrebbe essere la normalità è stata trasformata in un’eccezione. Tanto da sentirsi dei privilegiati: “certo, è un privilegio. Pensa che ti chiedono se vuoi fare lo straordinario e te lo pagano”.
In questa situazione, sono arrivato a pensare che raccogliere storie, esperienze e informazioni sul lavoro nei centri commerciali della zona di Salerno è un viaggio che non ha nessuna delle caratteristiche normalmente e storicamente associate alle luci e agli sfarzi dei grandi magazzini, ma è un viaggio nel grigio, nelle ore non pagate, nei contratti di due mesi, nel falso part time, nel logoramento nervoso.
In queste condizioni, quella dei centri commerciali è un’economia senza futuro. Stare al mondo in perenne precarietà, con salari molto spesso bassi (per cui, ad esempio, la paga di 1250 euro mensili di un responsabile di punto vendita viene considerata alta) e nella condizione di rispondere ad orari che assorbono tutta la vita determina un’economia ed una società stanche, logorate, sfibrate.
A questa economia l’area urbana di Salerno ha dato molto spazio nell’ultimo decennio. Considerando le condizioni di lavoro sulle quali si basa (fatte alcune eccezioni, le quali, come si sa, semplicemente confermano la regola), sembra arrivato il punto di rivedere non solo le reali situazioni occupazionali al suo interno (andando a verificare quanto lavoro grigio c’è), ma anche le scelte di politica economica realizzate, che troppo spazio hanno tolto alle attività produttive e all’innovazione digitale.

(Tratto da Il Quotidiano del Sud-L’ALTRAVOCE della tua Città)