Pallone, satellite e divieti

Sarebbe il caso che i tifosi cominciassero a recitare un saggio "mea cuipa"

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Calcio, che passione! Sport per tutti, quale che sia l’estrazione sociale; quindi popolare.
Chi non ha mai dato un calcio a un pallone, sia pure per allontanarlo dai piedi, alzi la mano! C’è chi lo ha praticato attivamente da ragazzo, chi lo pratica da attore sulle scene di terreni che una volta erano brulli e polverosi ed oggi sono in erba, anche sintetica, di ultima generazione. Ma c’è soprattutto chi lo pratica, direi passivamente, da spettatore, da simpatizzante, da tifoso.
Una volta c’era il popolo della domenica, costituito da una marea di persone che aspettavano la canonica “ora ics” fissata per le 14 e 30 del periodo invernale e per le 15 del periodo primaverile.
L’appuntamento fisso per i sedentari del pallone era rappresentato dalla storica trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto” condotta da Roberto Bortoluzzi, con interventi di Sandro Ciotti e Bruno Ameri dai campi principali. Aggiornamenti continui, con tanto di “scusa Ameri, qui è cambiato il risultato…”. Tempi epici per il calcio, per il giornalismo, per la comunicazione.
Ma c’era anche il popolo che si muoveva in relazione all’incontro che vedeva protagonista la propria squadra del cuore; le trasferte erano libere, i derby non avevano confini. Il pranzo della domenica era un optional per tanti, soprattutto quando c’erano in programma delle trasferte.
Oggi il calcio è cambiato. L’avvento delle tv cosiddette libere, ma il termine non è propriamente esatto perché le tv sono soprattutto a pagamento, ha modificato profondamente le abitudini di quelli che una volta aspettavano di collegarsi via radio con “Tutto il calcio…”.
Oggi, grazie ad una tecnologia che sembra inventarne una al momento, basta aderire a un programma di abbonamento via satellite, via cavo o semplicemente via etere con una normale antenna per collegarsi con il terreno di gioco che vede impegnato la squadra del cuore. E questo partendo dalla Serie A, passando per la serie B per finire poi alla serie C. Inoltre è tutto talmente parcellizzato nel tempo che si può tranquillamente affermare che si può mangiare pane e pallone per l’intera settimana, con spezzatini di gare ad ogni ora del giorno.
Ma bisogna dire che oggi è cambiato anche l’approccio delle tifoserie con il calcio dal vivo. Limitazioni e divieti, forme di punizioni irrogate da Prefetture e da Ministero degli Interni per frenare la violenza negli stadi, hanno minato quello che era lo spirito associativo di tanti gruppi organizzati.
Lo zoccolo duro della tifoseria resiste a livello di serie A e serie B, molto meno in serie C. Nel campionato di terza serie le tifoserie organizzate pagano lo scotto di trasferte proibite con assurdi divieti in serie che impediscono la disputa di quelli che una volta erano considerati “derby”. Li chiamano problemi di pubblica sicurezza ma hanno dato colpi mortali soprattutto al calcio minore.
In proposito, forse sarà il caso che più di un tifoso prenda a recitare il “mea culpa” e chiedersi, quando il Duemila è passato da un bel pezzo: perché ci si è scordati che il “derby” è solo ed esclusivamente una partita di calcio? perché è stata accantonata la fine arte della satira, dell’ironia, del sarcasmo che avevano contraddistinto negli anni passati tante stracittadine, abbracciando invece solo strade senza ritorno?