Pandola, i palazzinari violano un tempio del XII secolo

Sfondata la chiesa di San Fortunato, ma il Comune circa tre anni fa per coprire lo scempio ha posto un cartello di valorizzazione per quel che resta del bene prezioso

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Il cartello informativo affisso sulla facciata medievale della Chiesa di S. Fortunato (foto di S.S.)

Un paese che vede le proprie risorse naturali e paesaggistiche a poco a poco ridotte in macerie dovrà prima o poi fare i conti con le conseguenze di un rimbecillimento collettivo, ma anche con il senso di sgomento che assale il singolo cittadino che, come lo schiavo del celebre mito di Platone, abbia occasione di uscire dalla caverna e aprire finalmente gli occhi. E, aprendoli, scoprirà, per esempio, che a Pandola, piccola frazione del comune di Mercato San Severino, confinante a est col torrente Solofrana e a ovest con la collina “il Palco”, una colorata palazzina, costruita in anni molto recenti, abbia letteralmente fagocitato una chiesa medievale.

Pandola, facciata della chiesa di S. Fortunato, con il cartello (sopra ingrandito) affisso alcuni anni fa dalla coeva amministrazione comunale di Mercato S. Severino (foto di S.S.)

La chiesa in questione è quella “di S. Fortunato (già Parrocchia) XII secolo”, come si legge sul cartello informativo a suo tempo premurosamente affisso dal Comune di Mercato S. Severino, e sorge nella zona più antica del borgo, alle pendici del colle Cerrella e del castello dei Sanseverino. Si potrebbe pensare a uno scherzo, invece è tutto, assurdamente, vero. I residenti raccontano che la costruzione della palazzina ha avuto inizio circa 8 anni fa, con una concessione ottenuta dalla coeva amministrazione comunale (sulle cui possibili  motivazioni pare opportuno sospendere il giudizio, in attesa di quello divino …).

La Chiesa di S. Fortunato, prima della demolizione dell’adiacente canonica (foto tratta da “Le parrocchie di Pandola e Acigliano” di Franco Antonio Fiorenza)

Al di là dello scempio edilizio, l’oltraggio alla memoria di un’intera collettività offre lo spunto per riflettere sul fatto che, abituati a guardare il territorio come una veloce sequenza di immagini, quasi sempre dal finestrino di un’automobile disposto a fingersi con l’occasione schermo di un computer, noi uomini sapiens del XXI secolo, ben nutriti dalle illusioni propinate dai nuovi elfi tecnologici della libertà vigilata, troppo spesso ci siamo assuefatti a rivolgere poca attenzione ai luoghi e ai non luoghi della nostra contemporaneità. Guardiamo senza vedere, osserviamo senza capire, parliamo senza sapere, con la complicità di un sistema formativo e informativo in crisi e di una dilagante incultura di massa. Ma i nostri “sguardi estranei” (per parafrasare il titolo di un romanzo di Herta Müller di alcuni anni fa) sono il corollario di una politica, nazionale e locale, che si dibatte tra la preservazione dell’interesse collettivo e la disponibilità verso finanziamenti compiacenti, con relativi consensi elettorali. Intanto Legambiente denuncia il consumo di suolo in Italia come una delle minacce più gravi per il nostro paese. Si tratta di un fenomeno irreversibile, di estensione preoccupante, che peggiora la qualità della vita delle persone, a partire dalla distruzione dell’habitat e dei paesaggi, incoraggiando l’abusivismo, con i pericoli che ne derivano, innescando un processo pernicioso di svalutazione degli spazi e alimentando il senso collettivo del loro disvalore. In tutta Italia, palazzinari e professionisti del cemento che, dal dopoguerra in poi, hanno proliferato per ogni dove nel nostro paese, continuano a fare il loro mestiere, stimolando scelte, pianificazioni e investimenti infrastrutturali molto discutibili.

La carta aragonese (evidenziata rispetto ai principali luoghi, rilievi e idronimi) mostra il toponimo “Pano” in corrispondenza del corso del Solofrana (Fonte: BNF, Cartes et Plans, GE AA 1305-7)

A Pandola sembra però essere stato superato ogni limite, nell’inspiegabile silenzio della Soprintendenza Archeologia, Belle arti e paesaggio delle province di Salerno e Avellino e nella più totale dimenticanza dell’importanza geostorica di questa zona. Già solo la presenza di una chiesa medievale nella zona “alta” del borgo indica la vitalità di questo casale durante il Medioevo (testimoniata dalla cartografia di epoca aragonese), così come dell’intero Solco Irno-Solofrana, animato da attività artigianali, traffici e commerci, come ci raccontano le fonti, anche quelle cartografiche. Dai documenti archivistici si apprende che il casale era adatto alla piantagione di viti, gelsi, e ortaggi, mentre nel XIX secolo risulta essere uno dei più densamente abitati dell’area sanseverinese, con una struttura urbana caratterizzata da edifici costruiti in buona parte su due piani (come anche oggi) e diverse strade comunali, tra cui Via Sarno, Via Castello, Via Guerrasio, Via Spirito Santo, Casa Sica e vicolo Storto (tuttora esistente), perpendicolari alla via delle Puglie e dirette alle pendici del colle Cerrella.

Pandola oggi, con le case che affacciano lungo la Via delle Puglie che attraversa il centro del paese (foto Google Map 2018)

Oggi il paese si presenta come un borgo ancorato al passato, con radicate consuetudini impresse negli arredi urbani: l’edicola, il bar, le seggiole lungo i marciapiedi (che diventano il prolungamento organico delle abitazioni), la Chiesa di S. Anna (già cappella di S. Maria della Libera, con annesso ospedale e monte dei pegni, come riporta un inventario del 1563 relativo ai beni posseduti), e alcuni palazzi nobiliari affacciati sulla via delle Puglie –  antica  direttrice di traffico dei due Principati di Avellino e Salerno – i cui portali ricordano il tempo in cui la confraternita locale era governata da mastri laicali ed era soggetta alla curia arcivescovile di Salerno. Oggi la frazione è invece conosciuta dai più per essere sede di uno dei più longevi presepi viventi del Salernitano, il cui allestimento, da oltre vent’anni, contribuisce a cementare il senso di appartenenza della collettività locale, impegnata per mesi nella sua preparazione e realizzazione.

Il solco Irno-Solofrana nel Principato Citra Olim Picentia di G.A. Magini. Si noti la densa antropizzazione dell’area, costante nei secoli, e la persistenza dei suoi toponimi più rilevanti (come Pano, che diventerà Pandola nella cartografia di primo Ottocento). Fonte: Italia di G.A. Magini (Biblioteca Naz. Marciana-Venezia)

E, così come Betlemme non era l’ultima delle città di Giuda al tempo della nascita di Cristo (Mt, 2,6), Pandola non era certamente un anonimo casale durante il Medioevo. Non ce lo raccontano solo le testimonianze materiali del paesaggio (distruzioni a parte), ma anche quelle immateriali: secondo alcuni storici locali il toponimo stesso del paese, derivato da un personale longobardo (“Pandone”), avrebbe indicato il nome di un’importante famiglia del tempo. Ma nelle carte aragonesi (forse seconda metà del XV secolo) e in quella del Principato Citra di Giovanni Antonio Magini (XVII secolo), la cittadina compare con il nome di “Pano” (diventerà invece Pandola nella cartografia di primo Ottocento), mentre in alcune fonti dell’Archivio Storico della Biblioteca Statale di Montevergine si parla di Piazza «de Panno».

La via della Giudeca, il cui nome richiama la presenza di una comunità ebraica durante il medioevo (foto di S.S.)

La circostanza richiama un significato ulteriore, come si apprende da altri studi: nel periodo longobardo alcuni Ebrei, specializzati nell’attività di concia, manganatura e tintura delle stoffe, svolsero le loro attività della lavorazione delle pelli e dei panni vicino alla Solofrana, proprio nel casale di Pandola, che pertanto assume il significato di “panno”. Tenuto conto che ancora oggi esiste nella frazione una via (attualmente cieca) denominata “Giudeca” (già “Via Fiume”, che intersecava i due corsi d’acqua Solofrana e San Rocco, poco distanti e terminava accanto alla piccola Cappella settecentesca di San Rocco), insieme al ricordo collettivo della presenza di una comunità ebraica (come rivela la ricostruzione, con esplicita intitolazione, della casa di una “famiglia ebrea” realizzata nella recente edizione del presepe vivente), l’ipotesi acquisisce ulteriore credibilità, aprendo uno squarcio sulla storia di un’area che, alla pari di altre, contribuiva significativamente all’economia del territorio locale durante i secoli passati.

Una delle scene del presepe vivente di Pandola, dedicato alla ricostruzione della casa di una “famiglia ebrea” (foto di S.S.)

Una storia che gli abitanti di Pandola, per molti aspetti, non hanno dimenticato e che, a loro modo, custodiscono e tramandano; l’auspicio per il nuovo anno è che possano d’ora in avanti fare altrettanto le istituzioni locali, evitando di affiggere cartelli che sembrano aggiungere la beffa al danno, ma promuovendo iniziative che abbiano una ricaduta concreta per preservare, valorizzare e inserire in progetti qualificati di marketing territoriale le memorie storiche di questi luoghi.