«Paola, adesso che sei morta sento che mi hai amato»

Il risveglio, la lettera, le mie ragioni, la malattia: un altro straordinario racconto di Rosaria Fortuna nel quale la vita, i sentimenti, il ricordo, la memoria e i sensi di colpa si liberano nel controllato lirismo di una letteratura che scava, con emozionante efficacia, nelle profondità dell'animo umano

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La prorompente forza esplosiva dell'Urlo di Munch
19 Giugno 9,30
Caro Valerio,
Paola è morta un’ora fa. Quando leggerai questa lettera non sarò più tra le mura della nostra casa. Andrò a vivere  in montagna, nello chalet che avevamo acquistato in uno dei nostri momenti di serenità. Ho già trasferito tutto quello che mi serve. Qui, in città, dei giorni lieti non c’è traccia, prosciugati come sono dal dolore. Con Paola avevamo deciso di metterla in vendita la casa, non te ne avevo parlato perché pensavo che fosse un momento da festeggiare insieme a te. Volevamo farti una sorpresa. Non è andata così e tra qualche giorno arriveranno i nuovi inquilini. Ti scrivo perché è più semplice per me, se ti avessi telefonato non avrei potuto trattenere le lacrime. Sei mio fratello. Lo sai.
Giorgio
Simbolica ed evocativa “La capanna del silenzio” di Paul Gauguin

Risveglio 

Mi sono svegliato presto stamattina.
Mi sono ricordato di papà che chiamava a gran voce mamma.
Ho ripensato a quegli attimi, in cui lui accanto al suo corpo, freddo, parlava di loro, dimentico di noi tutti.
Giovani.
Le giornate passate a tirare sassi nello stagno.
Felici.
Vivano senza farsi domande.
Come facevi tu, Paola.
Le conferme.
Le fughe.
E io ad afferrarti mentre con te precipitavo nel vuoto.
Non sei morta.
Sospesa.
In un tempo che non è più nostro.
Arrivavi.
Sorridevi.
Il lampo dei tuoi occhi.
I brividi.
Amavo solcare le pieghe morbide del tuo corpo.
Sentirlo affiorare sotto i polpastrelli.
Tu accarezzavi il mio che non era mai pago.
Un’anguilla.
Sgusciavi dalla mia vita.
Anche adesso che il tuo percorso terrestre si è concluso, mi sembra tutto provvisorio.
Tornerai?
Ogni volta che penso ai tuoi attimi d’abbandono, ricordo lo sforzo che facevo per trattenerti.
Eri distante.
Un quadro tridimensionale.
Una lotta la nostra.
Io l’unico a soccombere.
Eppure non volevo che vincessi.
Non potevo sopportare che dopo ti saresti alzata e sorridendomi avresti continuato la tua vita da gatta randagia.
Di nuovo solo.
Tra le lenzuola che mi restituivano l’odore della tua pelle e mi coprivano i sensi.
Ogni volta che godevi ti sentivo distante.
Estranea.
La tua negazione dell’appagamento mi procurava piacere.
Ero forte di questa mia debolezza.
Riuscivo a superare il dolore che le tue lunghe assenze mi procuravano.
Fino all’ultima fuga.
Quella che ti ha riportata a me.
Per sempre.
Proiettati nella “Dimensione di luce”, dipinto di Gabriele Frigerio

La lettera

Ti ricordi di quella mattina in cui ti sei svegliata e accanto a te hai trovato una lettera, sul cuscino, al posto mio?
Ti avevo vegliata tutta la notte, ti eri lasciata andare, per una volta.
Non volevo perdermi nemmeno un attimo di quell’incanto.
“Ti accarezzo il collo, lì, nell’incavo.
Sento la tua pelle vellutata.
Sotto le mie dita.
Ho sempre aspettato questo momento per poterti osservare al buio.
Non mi ha mai spaventato l’assenza di luce, soprattutto da quando il tuo corpo ha dato forma alle lenzuola, e ti accarezzo senza parlare, trasportando i miei pensieri nei tuoi.
Sento che questo è il momento più bello del giorno.
Ti giri e senza scomporti, ti sposti, mentre continuo ad accarezzarti.
Non ho voglia di dormire.
Aspetterò l’alba.
Mentre il buio si smorza.”
Sei fuggita urlando.
“Sempre lì a spiarmi – mi hai detto.
Non ti ho risposto, ero esausto.
Nemmeno ho provato a trattenerti.
Immagini del quotidiano nella fantasiose ideazione artistica di Pan Tao

Le mie ragioni

Non mi sentivo colpevole.
E di cosa?
Di amarti?
La tua diversità.
La tua incapacità di vivere fino in fondo le emozioni.
Eri fallata.
Eri un buco nero, profondissimo, ma non mi facevi paura.
Ti volevo.
Volevo la tua imperfezione.
Ne ero ossessionato, al punto di lasciarti fare.
Da quando il mio amore era cresciuto, lucidamente, volevo anch’io provare a farti soffrire.
Ero diventato crudele al punto di avere cambiato la serratura di casa e di avere staccato campanello, citofono, telefono.
Non ti avevo avvertita.
Non mi dicesti niente, andasti a dormire da Giorgio, fu lui a dirmelo.
Io feci finta di non accorgermene, rientravi per la colazione, serena, mentre io ero sempre più infelice.
Durò una settimana fino a quando non scomparisti per un mese.
Soffrivo a non cercarti eppure non mi voltai per non trasformarmi in una statua di sale.
Così il genio di Paul Klee vide e rappresentò la malattia

La malattia 

Poi una mattina, sei arrivata bagnata di lacrime e ti sei stretta a me come non avevi mai fatto.
Ti ho accarezzata per ore.
Mi hai parlato del tuo male con una disperazione che non avrei creduto tu potessi contenere.
Ho sentito che una paura diversa mi stava penetrando a poco a poco l’anima.
Liberandomi dall’altra.
Quella che tu giorno dopo giorno avevi instillato.
Non riuscivo a capire cosa stesse accadendo, sapevo solo che non ti avrei abbandonata.
È passato un anno.
Le medicine.
Gli ospedali.
L’odore del tuo corpo sempre più acre.
La malattia che non rendeva i tuoi occhi meno belli.
Adesso che sei morta, e le mie dita accarezzano la tua pelle morbida, ma fredda come l’alabastro, sento che mi hai amato.
Posso parlare senza che il groppo in gola mi faccia male.
Posso guardarti senza temere di mostrarti l’angoscia che la tua malattia mi ha portato.
Adesso il tuo respiro è spento, e io non ho più paura che tu soffra.