Parola a Stefano Borghi: «Salerno? Tifosi che ti trascinano»

L’aneddoto: «Conservo la maglia di Guazzo, autore dell’1-0 con il Martina Franca»

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Dal Clasico al Superclasico, la voce narrante è sempre quella di Stefano Borghi. Classe 1982, il pavese è tra i giornalisti più conosciuti e seguiti d’Italia come dimostrano anche gli oltre 70.500 iscritti al suo canale Youtube. Dal suo legame con Salerno alla sua esperienza da telecronista: Borghi con la disponibilità che lo contraddistingue ha analizzato diversi temi attuali del calcio italiano.
Partiamo da Salerno: che legame ha con la città?
Profondo. È una città che amo e che mi piace tantissimo anche per il modo di vivere. Non vedo l’ora di tornarci. L’ho conosciuta quasi per caso, mi ha colpito proprio perché, oltre ad essere una città bella, è molto accogliente ed è la porta di una delle zone più belle del mondo ovvero la Costiera Amalfitana. Tra l’altro, una parte della famiglia di mia moglie è della provincia salernitana, la famiglia Pizzo di Angri.
In passato ha commentato qualche partita della Salernitana.
Parliamo di alcuni anni fa quando commentavo la Lega Pro e feci la telecronaca di una partita contro il Martina Franca che la Salernitana vinse 1-0 grazie alla rete di Guazzo. A tal proposito ho un piccolo aneddoto: siccome Matteo è un mio amico, ho la maglia proprio di quella partita che conservo come un ricordo. Sono stato all’Arechi sia da telecronista che da spettatore.
Spesso la Curva Sud di Salerno è paragonata alle grandi torcide argentine: che ne pensa?
A Salerno c’è una grande passione, un ambiente trascinante. Ho nostalgia dei tempi in cui gli stadi erano pieni e c’erano stadi di grande spettacolarità e spinta. Senza dubbio questa forte passionalità l’ho respirata tutte le volte che sono venuto all’Arechi.
Come è nata la sua passione per le telecronache?
Quasi per caso. Sono sempre stato un grande appassionato di calcio e da bambino vedevo tutte le partite. Ai tempi c’era Bruno Pizzul, un punto di riferimento per me. La figura alla quale veramente devo tutto l’ho conosciuta quando lavoravo in un giornale locale della mia città, Pavia. Si tratta di Cesare Barbieri, il mio capo servizio. Ebbe il coraggio di portarmi per la prima volta in televisione in una tv interregionale. Fu lui a introdurmi nel mondo delle telecronache: mi invogliò a provare. La mia prima telecronaca risale al 2004.
Cosa ricorda dell’esordio?
Venezia-Ascoli di Serie B. Mi fecero un mezzo scherzo: pensavo di fare una prova e invece andai in diretta. Ricordo il volto di Cesare quando, dieci minuti prima dell’inizio, mi confessò che stavo per andare in live. Ricordo la luce rossa che si accese e il dover parlare senza fermarsi: dopo cinque minuti non avevo più salivazione. Il primo gol che ho commentato è stato siglato da Bucchi per l’Ascoli, arrivò quasi subito e mi permise di rompere il ghiaccio. Quella partita finì 1-1 e da quel giorno non ho più smesso.
Ha all’attivo più di millecinquecento telecronache: qual è stata la più emozionante?
Anche oggi può capitarmi una partita che mi dà grandi emozioni all’improvviso. Ad esempio, il derby di Madrid commentato qualche settimana fa è stata una sfida che mi ha fatto divertire come poche. Certo: il gol di Palermo all’ultimo secondo al Perù in quella incredibile notte al Monumental, la rete di Messi all’ultimo pallone di un Clasico al Bernabeu dove ero con Don Fabio Capello o la finale Boca-River della Libertadores del 2018, sono i primi tre che mi sono venuti in mente. Il bello di fare le telecronache è che qualsiasi partita può dare scosse di adrenalina ed emozioni uniche. Spero che la più emozionante sarà la prossima e poi quella dopo ancora.
A eccezione della Roma, tutte le squadre italiane sono state eliminate dalle competizioni europee. A cosa è dovuta questa débâcle?
È figlia di una situazione che si trascina da tempo: il calcio italiano ha un gap da colmare rispetto a quello internazionale. Credo che qualcosina si sia cominciato a fare rispetto a un decennio culminato con la mancata partecipazione all’ultimo mondiale. Dobbiamo crescere dal punto di vista dell’apertura verso le correnti e le filosofie che arrivano dall’estero, dobbiamo smetterla di sopravvalutare certe nostre cose e sottovalutare quelle degli altri. Si deve puntare sulla qualità, sulla tecnica, sul gioco del calcio prima che sul tatticismo. È un percorso lungo da fare, che coinvolge tutto il sistema: dalla formazione dei giocatori alle componenti dirigenziali dei club, della federazione…
Che differenze nota nel modo di fare calcio in Italia rispetto alla Spagna e al Sudamerica?
La differenza che salta più all’occhio è l’intensità alla quale si gioca. Le partite della Serie A sono meno fluide, intense e continue rispetto a quelle della Liga spagnola o della Premier League inglese; ma, se si guarda l’intensità, iniziamo a essere qualcosa meno della Bundesliga e, per certi versi, anche della Ligue 1. Per cui bisogna dare fluidità ai nostri match, avere arbitri che lasciano correre di più. Poi credo anche proprio la mentalità: si deve avere più coraggio, più apertura e prediligere il gioco alla tattica. Abbiamo esempi chiari perché l’Atalanta di Gasperini, il Sassuolo di De Zerbi o il Verona di Juric stanno mostrando vie per crescere ed internazionalizzarci. Bisogna andare nella direzione della ricerca del gioco e dell’identità più che dello sfruttare la situazione.
In Spagna si dà molta più fiducia ai giovani: quanto è importante?
In Spagna ma anche in Francia, Inghilterra o Germania c’è il coraggio di puntare sui giovani ma si punta sui giovani perché sono forti. Il lavoro fatto su un ragazzo è molto profondo, ci sono grandi investimenti; in Italia si bada molto al risultato anche a livello giovanile e questo lo reputo sbagliato. Bisogna puntare particolarmente sulla crescita tecnica ed è un lavoro che coinvolge istruttori e centri federali. Vanno prodotti giovani forti e l’Italia rimane un grande bacino perché in questo momento di crisi noi veniamo salvati dal fatto che abbiamo talenti come i vari Zaniolo, Chiesa o Donnarumma che sono giovani italiani forti.
Chi è il millenial che in prospettiva futura vede come nuova stella del calcio?
C’è un giocatore che mi sembra più avanti di tutti ed è Mbappe. Se parliamo dei giocatori nati dopo il 2000 ci sono un po’ di nomi. Håland sta abbattendo qualsiasi tipo di muro, non dimentico Vinicius e Joao Felix: secondo me hanno i crismi del top player. Il Barcellona ha alcuni 2002 come Ansu Fati e Pedri che hanno già fatto vedere cose molto grandi. Secondo me andiamo verso un’epoca in cui avremo tanti potenziali numeri uno che daranno più varietà anche per il Pallone d’oro rispetto al decennio di Messi e Cristiano Ronaldo. In mezzo c’è ancora una generazione che è stata un po’ schiacciata dalla presenza dei due dei e che viene minacciata dall’arrivo dei millennial. Nel mezzo, ad esempio, c’è un giocatore del calibro di Neymar che è classe 1992 ma che ha ancora spazi da prendere.
Qual è la linea di demarcazione che separa un ottimo giocatore da un campione?
Il salto definitivo è una cosa per pochi: viviamo in un’epoca in cui un calciatore disputa tre partite bene e viene considerato un fenomeno, poi ne fa due meno bene e il giudizio è quello opposto. Se vogliamo dare un’idea specifica, credo che nel calcio di oggi ciò che realmente fa la differenza è il rapporto livello tecnico/velocità. Chi mantiene il più alto livello tecnico alla più alta velocità è il giocatore che fa maggiormente la differenza, Mbappe in questo senso è la chiara dimostrazione. Poi ci sono le eccezioni come Håland che fonde aspetto fisico, buon livello tecnico, partecipazione al gioco e segna tanti gol.
Come nasce la sua passione per il Sudamerica?
Quando ero ragazzino era difficile vedere i match sudamericani in diretta tv come oggi. Cercare informazioni era più difficile, bisognava leggere o cercare fotografie e io ero molto affascinato da questi nomi esotici, dalle loro gesta, dai colori del Sud America, dalle foto della Bombonera e del River Plate o del grande Brasile, inoltre avevo molto fascino per l’Uruguay. Poi ho avuto la fortuna di lavorare a Sportitalia, che era la tv del calcio sudamericano.
È stato la voce di tantissimi Superclasicos tra River e Boca, uno di questi è passato alla storia per gli incidenti nel prepartita. Quanto fu difficile commentare quel che accadeva?
Io vorrei raccontare solo grandi cose, ma, essendo un giornalista, capita di ritrovarsi in situazioni che con il calcio non c’entrano nulla ma che ti chiamano al dovere. Anche per questo è fondamentale avere una preparazione a 360 gradi perché fare una telecronaca non significa solo raccontare il calcio. Una volta il Superclasico sospeso all’intervallo per il gas urticante lanciato nel tunnel che riportava il River sul prato della Bombonera: mi ritrovai in piena notte a stare un’ora e mezza live senza avere un contatto diretto con quello che succedeva e avendo dinanzi a me solo immagini di brutto. Provo sempre ad andare in profondità e non rimanere mai sulla retorica ma soprattutto cerco sempre di tirare fuori il calcio da queste situazioni perché sono episodi che con il football non c’entrano niente ma che sono legate a questo mondo solo perché uno dei più grandi amplificatori di attenzione che esistano. Quelle sono problematiche che sono nella società e non nel calcio, è importante scindere ciò.
Che emozione si prova a commentare un Clasicos tra Barcellona e Real?
Sono fortunato perché credo di aver commentato alcuni dei Clasicos di più alto livello calcistico mai visti. Non c’è solo la portata emotiva di una sfida del genere: anche vedere impianti come il Bernabeu e il Camp Nou pieni, il contrasto cromatico e di storia ma anche un livello tecnico di sviluppo della partita inarrivabile per qualsiasi altra sfida calcistica al mondo. Un’emozione piena.
Come è cambiato il ruolo del telecronista con la pandemia?
La telecronaca si fa in stadi vuoti o da studio in stadi vuoti. Ho sempre pensato che la ripresa del calcio fosse importante anche a livello psicologico per la gente. Il calcio senza gli spettatori è monco.
Qual è il suo sport preferito oltre il calcio?
Seguo la boxe e soprattutto la Formula 1 anche perché mio padre è un pilota. Ma mi piace anche il ciclismo, il rugby ed il basket. Un’altra mia passione è la musica ed il rock in generale. Accanto ai vari sportivi come Baggio, Ortega, Lentini, Gascoigne, Messi, Maradona o Mansell tra i miei idoli ci sono state anche diverse rockstar.

(Dal Quotidiano del Sud di Salerno in edicola oggi)