Partecipazione, rapido declino

Il “corpo mistico” dei social non è per niente rappresentativo. Se l’indagine fotografa i reali orientamenti a settembre voterà meno del 40% degli elettori

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Mettiamola così: alla fine la rilevazione demoscopica realizzata su un campione irrilevante, con un’anomalia metodologica che anche una matricola di Scienze della Comunicazione alle prese con i primi rudimenti di Comunicazione pubblica non avrebbe alcuna difficoltà a scorgere subito, potrebbe, per paradosso, anche essere realistico. Nel senso che a settembre lo “stracandidato” uscente potrebbe rivincere le Regionali risultando alla fine una sorta di calviniano visconte dimezzato. Perché a colpire di più, del sondaggio (?) pubblicato ieri mattina dal Sole 24 Ore che dà De Luca al 65,4%, 20 punti percentuali sopra la sua stessa coalizione, è proprio il dato che ne inficia la validità statistica: l’altissimo numero di persone (3618 su 4418 telefonate) che si sono rifiutate di rispondere agli intervistatori della Winpoll, società veronese che ha condotto l’indagine, affidandone poi le conclusioni analitiche alla sannita Arcadia. Pur nel grave vizio di metodo (e di sostanza), il sondaggio potrebbe fornire la fotografia di un dato politicamente molto preoccupante: la disaffezione al voto di fasce molto ampie dell’elettorato campano, che non nutrono al momento (ma, come vedremo più avanti, il dato è di più lungo periodo) alcun interesse per la competizione per Palazzo Santa Lucia.
Tradotto in parole povere, è abbastanza plausibile ritenere che a settembre ci sarà un crollo dell’affluenza alle urne. Una contrazione molto marcata della partecipazione democratica. Il sondaggio (?) mette quasi 45 punti percentuali tra il governatore uscente e il suo principale antagonista, Stefano Caldoro, candidato del centrodestra, che si fermerebbe al 21.9. Un vero e proprio crollo attenderebbe la candidata dei Cinque Stelle, Valeria Ciarambino, quotata al 10.9%, quasi 11 punti sotto la percentuale (21.7) accreditata ai Pentastellati, che si confermerebbero, nonostante tutto, primo partito, distanziando di qualche decimale il Pd. Elettoralmente irrilevante risulterebbe un’eventuale quarta candidatura, presumibilmente a sinistra della coalizione extra large – una vera e propria Arca di Noè – che sostiene De Luca. Numeri elaborati su un totale di 800 risposte, largamente insufficienti per stabilire una pur minima validità scientifica dell’indagine, ma abbastanza rivelatori del perimetro all’interno del quale si inserisce la riconferma di De Luca, candidato tradizionalmente molto attrattivo per l’elettorato di centrodestra, del quale sa vellicare gli istinti più profondi e radicati. Un’area fondamentalmente coincidente con il blocco sociale (imprenditori che campano di provvidenze regionali e il mondo sanitario pubblico e privato in primis) su cui poggia da cinque anni la leadership politico – elettorale del governatore della Campania, allargatosi durante la pandemia attraverso la cooptazione, figlia di una spregiudicatissima campagna di comunicazione e propaganda, di segmenti della società campana avulsi dal sistema di potere regionale. Lo scientifico martellamento e la veicolazione massiva di parole d’ordine securitarie (operazioni, forse sarebbe il caso di non scordarselo mai, rese possibili dall’utilizzo di fondi pubblici) hanno prodotto un fenomeno abbastanza singolare: la trasformazione dei social – in prevalenza Facebook – in una sorta di nuovo “corpo mistico”. E’ stato lì che, sulla base di dati emozionali e del preordinato oscuramento della funzione critica, si è operata la fusione tra “popolo” e vertice politico, alimentata dai sermoni televisivi settimanali senza contraddittorio e dalla bulimica produzione di ordinanze in cui le famose “ragioni contingibili e urgenti” sono diventate il pretesto, reiteratamente utilizzato, per una sospensione, di fatto, di molte garanzie costituzionali. Con il loro carico umorale, “reazionario” in senso letterale perché legato al sentimento della paura, i social sono diventati le truppe della Santa Fede che hanno “restaurato” velocemente il trono messo in pericolo dai fallimenti certificati in materia di rifiuti, sanità, trasporti, ambiente, fondi europei del governo regionale. Appena a gennaio, due mesi prima che scoppiasse la pandemia, il sondaggio più benevolo, sempre realizzato dalla Winpoll con la collaborazione di Arcadia, dava Vincenzo De Luca avanti a Caldoro di appena 1.8 punti percentuali: 39.5% l’uscente, 36.7% lo sfidante, con la Ciarambino terza, ferma al 23.8%, con un 31% ancora contendibile da tutti e tre gli aspiranti presidenti, rintanato nella riserva indiana del “non so”. Anche in quel caso, però, c’era un vizio metodologico che inficiava la validità scientifica della rilevazione: sul solito totale del campione selezionato della popolazione campana, circa 4500 persone, avevano accettato di rispondere agli intervistatori solo in 700. La pandemia, dunque, ha fatto crescere a dismisura il consenso di De Luca (tra quelli che hanno aderito alle sollecitazioni dell’istituto demoscopico veneto), ma non la partecipazione. E questo dato apre un campo di discussione (e di possibili interpretazioni del momento storico-politico che la Campania sta attraversando) molto ampio. Perché, se confermato dai comportamenti “reali” nei giorni delle elezioni, esso farebbe segnare il punto più avanzato di una crisi che è andata progressivamente cronicizzandosi negli ultimi 25 anni, da quando cioè gli elettori campani eleggono direttamente il presidente della Regione. Nel 1995 (vittoria del candidato del centrodestra Antonio Rastrelli) votò il 73,9% degli aventi diritto, ma già cinque anni dopo, nel 2000, prima vittoria di Antonio Bassolino, il decremento fu di tre punti e mezzo percentuali: 69,46%. Una flessione che continuò cinque anni dopo (seconda vittoria di Bassolino), in misura per la verità abbastanza contenuta (67,69%), per accentuarsi nel turno successivo, quello del 2010 (vittoria di Stefano Caldoro nel primo match con De Luca): in quella occasione si recò alle urne il 62,97% degli elettori campani. L’affluenza crollò di oltre 10 punti percentuali cinque anni dopo, nel 2015, in occasione della vittoria di De Luca: 51,93%. Ora, se il sondaggio Winpoll-Arcadia, che nella serata di ieri è stato regolarmente pubblicato sul sito sondaggielettorali.it, fotografa i reali orientamenti dell’elettorato campano in relazione non solo alle preferenze per i candidati, ma anche in rapporto all’affluenza alle urne, potremmo trovarci di fronte a una vera e propria debacle. Con un presidente eletto sì dal 65%, ma del 38-40% dell’elettorato campano. Una catastrofe della democrazia totalmente inimmaginabile solo 20 anni fa.