Negli ultimi tre mesi non c’è stata libreria, dalle più grandi di catena alle più piccole cosiddette “indipendenti”, che non sia stata costretta a allestire uno scaffale apposito per le opere pubblicate in occasione del centenario della nascita del Partito comunista, il 21 gennaio 1921 a Livorno. Tante e tali sono state da conquistarsi uno spazio, anche fisico, autonomo e specifico. Come spesso accade per i grandi anniversari (e non è detto, come cercheremo di spiegare più avanti, che sia una cosa buona), l’editoria – grande, piccola e media – si è mobilitata e il risultato è stato, come ha significativamente annotato Francesco Cundari sul Foglio, una sovrabbondanza di saggi, memoir, ricostruzioni, analisi, interpretazioni che non ha precedenti nella storia recente della pubblicistica storiografica politica. Giammai, ha fatto notare Cundari, il mondo editoriale ha riservato analoga attenzione agli altri due partiti di massa che, insieme al Pci, hanno costituito la struttura portante della Repubblica nata dalla Resistenza, la Dc e il Psi. E sì che le occasioni non sono mancate. Che il Pci fosse un prodotto molto appetibile era in grado di stabilirlo chiunque bazzichi (o abbia bazzicato) gli ambienti culturali, giornalistici, accademici. E poi: il Paese sarà anche finito com’è finito politicamente (absit iniuria verbis), ma mantiene intatte alcune specifiche che, nel secondo Novecento, l’hanno reso un caso esemplare (o un’anomalia, a seconda dei punti di vista) nel contesto più ampio delle grandi democrazie cosiddette “borghesi” e liberali del mondo occidentale. La prima, la più importante: l’egemonia della sinistra comunista in campo culturale, oggi probabilmente un po’ ridimensionata rispetto al passato, ma pur sempre tenuta in vita da una speciale resilienza che rappresenta un prodotto di lungo periodo della pedagogia gramsciana. Assodato, anzi dato per scontato tutto ciò, però, è legittimo porsi una domanda: dopo l’ondata di rievocazioni sollevata dall’Anniversario cosa sappiamo più di quanto mediamente non sapessimo prima, della vicenda nata a Livorno nel gennaio 1921 e finita 70 anni dopo, nel 1991, con le lacrime di Achille Occhetto sul palco di un congresso che chiudeva – per alcuni troppo frettolosamente, per altri tardivamente – un’epoca della storia d’Italia? Per rispondere a questa domanda bisogna cercare di stabilire quale sia la gerarchia che si è stabilita tra le due variabili – quella psicologica e quella più strettamente “scientifica” – che hanno giocato un ruolo determinante in questa bulimia editoriale. E’ abbastanza pacifico che il mercato si è mosso partendo dalla corda “emotiva”: il bisogno, cioè, avvertito da qualche milione di italiani privato di un formidabile riferimento politico che per diverse generazioni di militanti ha costituito un’esperienza totalizzante (Pasolini scrisse che il Pci era “un Paese nel Paese” e, si può essere d’accordo o meno sul merito e sulle specificazioni che aggiunse, aveva sostanzialmente ragione) di rifugiarsi nella rielaborazione del passato per scacciare l’odierno senso di vuoto. Un pubblico potenziale, quello mosso dalla corda emotiva, più vasto di quanto si possa credere. Sicuramente più folto – e, diciamocelo, dotato alla fin fine anche di superiori motivazioni – di quello che all’argomento si accosta con l’unico scopo di ampliare la conoscenza di una delle vicende chiave della storia nazionale dell’ultimo secolo. Si potrà ragionare all’infinito sulla diabolica (e perversa) capacità della macchina editoriale, o del mercato tout court, di creare le condizioni della subordinazione della variabile “scientifica” a quella psicologica, senza che la sostanza di quanto è accaduto muti di una virgola. Sospendendo ogni giudizio di valore su una dinamica che è da considerarsi ineluttabile, si giunge infatti pacificamente alla conclusione che, nelle rievocazioni che alimentano quotidianamente gli scaffali speciali che le librerie hanno riservato all’Anniversario, la memorialistica e l’interpretazione (che quasi sempre vanno a braccetto) hanno nettamente prevalso sulla ricerca storiografica. E quindi, per rispondere alla domanda da cui siamo partiti, della secolare vicenda dei comunisti italiani, sappiamo sostanzialmente quello che già conoscevamo prima dell’alluvione di titoli degli ultimi tre-quattro mesi. Insomma: se avevamo bisogno di conferme del processo in atto da almeno trent’anni, vale a dire la crescita a dismisura del ruolo della memoria a scapito della storia (all’argomento ha dedicato recentemente un bel saggio breve Marcello Flores, “Cattiva memoria. Perché è difficile fare i conti con la storia”, Il Mulino), le opere che hanno accompagnato il centenario del Pci ce ne hanno fornito a iosa. Nessun documento nuovo, nessuna rivelazione. I temi emersi, trattati solo con qualche diversità di accenti, non hanno travalicato il perimetro tracciato dalla storiografia novecentesca, che sul Pci si è esercitata parecchio: dai libri di Paolo Spriano (la cui monumentale Storia del Pci in 8 volumi resta ancora il riferimento scientifico più autorevole), Beppe Vacca, Silvio Pons, Luciano Canfora, Flores (gli ultimi tre presenti in libreria anche in occasione del centenario), a quelli di storici e giornalisti meno “organici” alla vicenda politica e intellettuale comunista. Un caso a parte, perché rientranti nella categoria della memorialistica, costituiscono i molti volumi, spesso autobiografici, di dirigenti di primo piano: dal Pietro Ingrao di “Volevo la luna” alla Rossana Rossanda di “La ragazza del secolo scorso” al Lucio Magri de “Il sarto di Ulm”, solo per rimanere nell’ultimo quindicennio. Eppure di campi inesplorati da arare ce ne sarebbero, eccome. Alla presentazione salernitana di uno dei volumi pubblicati in occasione dell’Anniversario, “Care compagne e cari compagni”, 13 storie di comunisti italiani raccontate dalle firme di “Strisciarossa”, un sito web gestito da ex giornalisti de l’Unità, Giovanni De Luna, uno dei maggiori storici dell’età contemporanea in attività, ne ha indicato uno: le ragioni della prevalenza dei comunisti nella Resistenza rispetto a tutte le altre forze politiche antifasciste, socialisti e cattolici in primis. Una inventariazione più accurata delle schede del Casellario Politico e la consultazione maggiormente approfondita degli archivi del Tribunale speciale del regime – è la tesi di De Luna – potrebbe aprire nuove linee di ricerca. E spiegare meglio, con il supporto di documentazione originale, uno dei problemi sul quale si sono concentrate, ma solo in chiave memorialistica e di interpretazione, le opere degli ultimi mesi. Quello della cosiddetta “doppia fedeltà” (all’Urss e alla democrazia italiana) che ha rappresentato il tratto più distintivo e originale dell’esperienza dei comunisti italiani. La cui coscienza democratica fu forgiata dalla lunga opposizione alla dittatura mussoliniana, pagata con le persecuzioni, i confini, le carceri speciali. Qualcosa potrebbe muoversi nei prossimi mesi (o anni) intorno a un’altra questione, più recente: la mancata evoluzione del Pci berlingueriano in una moderna forza del socialismo europeo dopo lo “strappo” da Mosca della fine degli anni Settanta. Un altro storico, Giovanni Gozzini, ha anticipato a Robinson di Repubblica una linea di ricerca in atto sugli incontri segreti che il segretario comunista ebbe, per un lungo periodo, con Willy Brandt, l’uomo di Bad Godesberg, e con i laburisti inglesi. Chissà che la consultazione di quelle carte non ci aiuteranno a capire meglio alcuni inspiegabili passaggi a vuoto della storia comunista, probabilmente all’origine delle attuali difficoltà che la sinistra italiana ha a ricostruire un immaginario politico e un orizzonte di lotte. “Che miserabile razza di memoria quella che lavora solo all’indietro!”, fa dire alla Regina Lewis Carrol in “Alice attraverso lo specchio”. Il problema è tutto lì: la memoria può aiutarci a ricordare il passato, ma è la storia che lo elabora e lo trasforma in uno strumento per comprendere il presente.

Da Il Quotidiano del Sud – Edizione di Salerno