Il governatore De Luca con il figlio Piero, bocciato dall'elettorato a Salerno e recuperato nel proporzionale a Caserta come deputato

Con la fiducia che riceverà lunedì alla Camera e martedì al Senato il Conte 2 entrerà nel pieno delle sue funzioni. I Dem hanno già fatto sapere che puntano ad un’alleanza politica sui territori con il M5S. E qui il discorso diventa più impegnativo per entrambi. Senza un’alleanza politica (che non sarebbe una passeggiata, anche se fosse trovata e diventasse subito operativa), nessuna regione del Nord potrebbe mai essere conquistata e sottratta all’egemonia leghista. E senza il consenso al Nord nessun Governo sarebbe mai forte. E quando si parla di possibile alleanza al Sud, il pensiero corre veloce alla Campania, governata da quell’osso duro che si chiama Vincenzo De Luca, uno dei pochissimi politici della vecchia guardia del Pci, che resiste in sella grazie alle posizioni di potere che lo vedono protagonista in Campania ormai da quasi un trentennio. De Luca non è persona capace di farsi da parte. Da quando siede sul ponte di comando, si è caratterizzato per la forte personalità e per la tenacia con cui affronta le sue battaglie. Spesso anche contro l’establishment del suo partito. Lo ha fatto ultimamente (gira un video sulla Rete) anche nel corso dell’apertura democrat alla trattativa di governo. Impensabile – al momento – che si renda disponibile al famoso passo indietro. Se lo farà, lo farà per sua convinzione e sua convenienza. Certo, non permetterà a nessuno di imporglielo. Ha ancora energie (beato lui) da spendere. Non sarà Zingaretti a poterlo emarginare, come non ci riuscì Renzi. Anche se la sua Presidenza non ha certo brillato nella soluzione dei più gravi e atavici problemi sociali e funzionali della Regione. L’osannato (da lui) pareggio del bilancio della sanità è stato raggiunto più accollando sui cittadini il peso di una corposa riduzione temporale dell’assistenza diretta che per capacità di operare efficacemente su altri capitoli della spesa sanitaria regionale. Anche sull’altro versante – quello della eliminazione dei 5,6 milioni di tonnellate di ecoballe nella Terra dei Fuochi, preciso pubblico impegno assunto con l’insediamento alla presidenza, e per il quale aveva chiesto ed ottenuto al Governo Renzi un forte impegno finanziario (450 mln nella Legge di stabilità del 2015, poi ridotti – a quanto pare – a 300), non ha brillato. L’uomo del fare, dopo aver esperito diverse gare pure approvate dall’Enac, ha dovuto alzare bandiera bianca. Di fronte alla criminalità organizzata, che lavora per mandare deserte le gare e attende che si passi alla trattativa-privata, dove può trovare i canali per infiltrarsi (vedi triste inchiesta di Fanpage), per vincere serve uno Stato più forte e più preparato a fronteggiarla. Senza dire che proprio con il Movimento 5 Stelle i rapporti politici nella Regione – tranne che a Salerno – sono, come dicono a Napoli, al “chi sono io e chi sei tu”. Per cui un’impensabile alleanza Pd-5 Stelle su De Luca avrebbe come immediato contraccolpo la discesa di Salvini anche a Napoli, dove già ha raccolto molti voti. Concludendo, Vincenzo De Luca non si ritirerà mai spontaneamente. Se qualcuno nel Pd vuole provarci con la forza della decisione politica, lui lo lascerà fare, senza colpo ferire. La sua abilità e la sua spregiudicatezza gli consentono di agire nella direzione che riterrà più praticabile: correre da solo con una propria lista (Campania Libera o altro, se qualcuno si inventerà un nome più attrattivo), strappando le alleanze più acrobatiche sia a livello politico che di società civile. Alle sue spalle c’è un passato in cui il centro-destra si è compiaciuto di votarlo. E se si trovasse di fronte a un ipotetico candidato M5S-Pd di basso profilo, certamente non avrebbe difficoltà a replicare. Analogo discorso vale per la presenza (relativamente) ingombrante di De Magistris che vorrebbe provarci da solo, ma che potrebbe anche decidersi alla fine di allearsi. Resterebbe l’incognita del peso politico della Lega a quel momento. Se il Governo Conte 2 opererà bene, il partito di Salvini – nella regione di De Luca e di Di Maio – si depontenzierebbe come un ciclone alla fine della sua corsa. E gli converrebbe presentare un candidato di bandiera, appoggiando poi riservatamente, attraverso il proprio plenipotenziario campano, come Presidente De Luca piuttosto che l’eventuale candidato di Di Maio e Zingaretti. Come si può uscire allora da questo puzzle? Una soluzione ci sarebbe: offrire a Vincenzo De Luca una onorevole exit-strategy. Una sorta di compensazione, magari oggi per allora. Ma quale? La Direzione della Scuola delle Frattocchie sulla via Appia, dove per decenni si formarono “alla scienza della politica” i migliori quadri dirigenti del Pci (e oggi in stato di abbandono), potrebbe essere un’idea. Uno come lui, che sta resistendo come un oligarca all’usura del tempo, ne avrebbe di cose da insegnare sul modo di conquistare il potere e sulle tecniche gastronomiche per conservarlo e accrescerlo. Altro che Machiavelli, che a Lorenzo il Magnifico indicava nella “fortuna (tutta) o nella virtù (tutta)” i due fattori di successo per la conquista di un “Principato civile” conquistato “non per la scelleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore delli altri sua cittadini”.