«L’Autonomia differenziata, così come si sta delineando, insidia la coesione sociale del paese, il patto tra i cittadini e lo Stato; e si tratta di un vulnus di non poco conto, in un paese dove l’imposizione fiscale è la più alta d’Europa e la media del livello retributivo dei pensionati non supera i mille euro. Se poi consideriamo l’enorme popolazione delle donne pensionate (l’assegno di reversibilità è il 60% di quello del coniuge defunto) la situazione si complica ancora di più». La voce preoccupata, per la piega che stanno prendendo le intese tra le Regioni e il Governo, è quella di Antonella Pezzullo, medico psichiatra, napoletana, segretaria nazionale dello Spi-Cgil, il sindacato dei pensionati che conta il 48% di tutti gli iscritti alla Cgil.

Antonella Pezzullo, segretario nazionale dello Spi-Cgil

Inquadriamo questo nuovo regionalismo dall’osservatorio dei pensionati.
Siamo alle prese con un discorso “intimo” tra Regioni e Governo, che presenta troppi punti di opacità. Dicevamo della coesione. Ebbene, essa si fonda sui diritti di cittadinanza, che per i pensionati sono fragilissimi, specie se riferiti alla sanità e ai servizi sociali. La popolazione degli ultrasessantacinquenni è del 25%, in tempi non lunghi saremo al 30, il che significa che un cittadino su tre avrà più di 65 anni, mentre continua a crollare la natalità.
L’Autonomia differenziata viene proposta, quindi, in un momento in cui stanno mutando le esigenze del paese.
Le esigenze del paese sono ormai quelle di una popolazione anziana. Gli over 65 determinano l’80% della spesa sanitaria, che non va soltanto finanziata, ma richiede di essere riqualificata per i nuovi bisogni con servizi efficienti e diffusi, soprattutto dove esistono maggiori ritardi. E invece si va a rompere il patto con i cittadini.
Violando la Costituzione.
Certo, perché la Costituzione prevede che tutti i cittadini concorrano alla spesa pubblica. E la crescita che si è verificata in passato è stata finanziata dal lavoro di quanti oggi sono in pensione. Negli ultimi 40 anni vi è stato un balzo rilevante, che ci ha portati nel gotha del paesi avanzati, grazie al lavoro degli attuali pensionati, ai quali oggi abbiamo riservato condizioni di vita precarie, più o meno simili a quelle dei bambini, altra categoria dimenticata. Rispetto a regioni dove la speranza di vita è più alta, come Friuli e Trentino, al Sud è di quattro anni in meno.
L’Autonomia così concepita non va, tuttavia la riforma del titolo V della Costituzione andrà pure attuata.
Il problema non è il “cosa” ma il “come”. E noi critichiamo il “come” perché rischia di trasformare i diritti in privilegi. Le sembra giusto che ancora non si parli di Livelli Essenziali di Prestazioni e di fabbisogni standard e l’Autonomia evolva sul presupposto della spesa storica, che rende più ricco chi è già ricco? Le faccio un esempio: se dobbiamo fare due regali, uno a un amico ricco e un altro a un amico povero, per il primo abbiamo la difficoltà della scelta, per il secondo pensiamo a cose essenziali di cui ha certamente bisogno. Tutti cioè siamo condizionati dalla cultura della ‘ricchezza’, per cui finiamo per dare di più a chi già possiede tanto. Ebbene, la Costituzione ha inteso contrastare questa visione.
Anche le Regioni a statuto speciale nacquero per riequilibrare situazioni di sfavore.
Anche allora si volle dare una mano a Regioni economicamente sfavorite per emigrazione e problemi frontalieri determinati da esiti post-bellici. Ora se creiamo altre Regioni di fatto “speciali”, che peso avrà più lo Stato-nazione? La frantumazione non giova. A Napoli diciamo: è meglio essere ‘capa d’alice ca coda ‘e cefalo’. Perciò, dico a Lombardia, Veneto ed Emilia: sarete la locomotiva di un grande paese solo se crescerà il Sud. Perché, dunque, condannare 21 milioni di persone a restare fuori dalla crescita?
Non basta però dire NO. La Cgil cosa propone?
Dobbiamo lavorare sul federalismo: il discorso sui costi standard doveva andare in quella direzione… E, poi, occorrerà individuare altri livelli di sussidiarietà e una nuova politica per le aree metropolitane.
Sono anni che il Nord sottrae indebitamente 61 miliardi al Sud.
Credo che quel maltolto non sarà mai restituito. Sarà più facile ripristinare un flusso adeguato di finanziamenti avendo riguardo alle popolazioni del Sud e ai loro diritti. Occorre, inoltre, un progetto straordinario che preveda l’utilizzo di fondi europei e nazionali e una nuova direzionalità dell’intera spesa pubblica che passi anche per un ripristino della legalità in molte aree del Mezzogiorno.
Come spiega il successo della Lega anche al Sud, nonostante quest’Autonomia differenziata così penalizzante per il Meridione?
Tra i nostri iscritti del Nord, il 25% vota Lega e il 15 per i 5 Stelle. Al Sud, le percentuali sono capovolte: 15% alla Lega e 25 ai 5Stelle. Stiamo studiando la questione con rigore. Al di là degli errori che la sinistra avrà commesso, credo che sia stato sottovalutato il profondo dolore che attraversa le persone lese nei lori diritti. Il dolore va compreso ed elaborato, altrimenti la sofferenza si trasforma in rabbia e rancore. Comunque questo non è un problema soltanto italiano.
Poche speranze di venirne fuori?
Al contrario, io colgo scintille interessanti che testimoniano di una crisi profonda di questo neocapitalismo. La crescita delle disuguaglianze farà nascere altre forme di politica, penso all’ambientalismo, alle lotte per l’effettiva parità femminile. Il sessismo è la prima asimmetria: il razzismo sessista apre al razzismo etnico, a quello demografico e così via. Se non avessi speranze, non farei né la sindacalista né il medico. Tutto potrà e dovrà cambiare nella gestione della complessità, ma dovremo dare forza al Parlamento, restituendogli il ruolo che la Costituzione gli assegna. Occorrerà del tempo, ma sarà importante far diventare ‘pubblico’ questo discorso. ‘Pubblico’ non significa andare a parlarne in tv, ma diffondere ovunque e con tutti la notizia di questo tentativo di scippo politico e democratico.

(“il Quotidiano del Sud-l’ALTRAVOCE dell’Italia”/SalernoSera)