Procura forte coi deboli

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Domenica 25 novembre la Repubblica ha riportato le parole di Gianni Melillo, Procuratore della Repubblica di Napoli, in un dibattito con i liceali svoltosi nel Museo Pan della città partenopea. Sulle nuove norme del decreto sicurezza che prevedono, per le ipotesi aggravate o reiterate, anche il carcere per i parcheggiatori abusivi, il Procuratore ha detto “temo il rischio di una manovra illusoria. Non vorrei che ci fosse un effetto di deformazione ottica, come se i fenomeni di disordine sociale siano collegati all’accattonaggio e al parcheggio abusivo. Questo riporta indietro il diritto penale alle società ottocentesche di Dickens dove il diritto penale era dedicato quasi esclusivamente ai poveri”. Nella stessa mattina del 25 novembre, il quotidiano Cronache riportava un articolo dell’avvocato Giovanni Falci fortemente critico, a dir poco, sull’operato della Procura di Salerno in merito alle note retate, dell’anno scorso, contro i parcheggiatori abusivi arrestati in blocco. Falci ha centrato il paradosso: se c’è una soglia di punibilità penale per i contribuenti tributari che nascondono al fisco almeno 150.000 euro di guadagni, e al di sotto di questa cifra non vanno in galera, perché va poi in prigione un pezzente che chiede appena un obolo di 90 centesimi per il parcheggio abusivo? Pur nell’eleganza dei richiami letterari ai Miserabili di Victor Hugo, nella sostanza l’accusa di Falci è una sentenza atroce per un ufficio giudiziario: la Procura di Salerno attua una giustizia di classe. Una giustizia, cioè, che fa suo il metodo antico di “deformazione ottica”, della scala dei valori, per ottenere plausi e consensi con un operato che assomiglia allo slogan “legge e ordine”, caro da sempre ai regimi reazionari che, non osando colpire i privilegi della borghesia conservatrice da cui traggono la forza del loro potere, menano mazzate a due categorie: ai dissidenti bollati come eversivi, e ai nullatenenti, perché non possono far male a nessuno. In sostanza, Melillo e Falci, dai rispettivi ruoli contrapposti di accusa e difesa, lanciano il medesimo avvertimento mentre sta per entrare in vigore il decreto difesa. Attenti, dicono, agli operatori della giustizia, a non farvi strumentalizzare dalla propaganda transeunte della politica. Attenti a non diventare megafono improprio di interessi altrui e di parte.
L’equilibrio e il dosaggio dell’azione giudiziaria non possono essere compromessi da ventate di palesi protagonismi di qualcuno, seppur condotti sotto il preteso alibi dell’obbligatorietà dell’azione penale. L’arresto in massa di mendicanti, seppur colpevoli di eventuali reati, non può assolutamente giustificare l’enfasi di ripetute conferenze stampa di trionfo della legalità. In proporzione, il possibile arresto di Matteo Messina Denaro dovrebbe essere proclamato giornata di festività nazionale!
La caduta nel paradosso è l’eterno trabocchetto che sta ai piedi di ogni potere. È la trappola in cui precipita inesorabilmente la vanità e la presunzione della politica quando travalica la ragione nell’uso della spettacolarizzazione per mantenere la presa sulle masse dagli amori cangianti.
Per il delicato ufficio della pubblica accusa, l’evoluzione normativa ha voluto concentrare le esternazioni mediatiche nella sola figura del Procuratore, per evitare una Babele di voci. Ma il sistema non funziona: accentuando il profilo comunicativo dei capi, la tentazione della notorietà si è spostata in testa a questi ultimi, senza eliminare l’apparizione comunque dei sostituti. Che non sempre hanno tutti pari capacità professionali, ma che possono indurre in tentazione mediatica il loro superiore. Col risultato di una obiettiva deformazione ottica nella percezione dei disvalori sociali.
Legge e ordine! Manganello e galera per tutti gli sporchi, brutti e cattivi! E se sono poveri, è perché se lo sono meritato, come dice Trump.