Una risposta per chi ha smarrito la propria domanda

Il sintomo è essenzialmente una domanda ma è anche ciò che dice qualcosa di chi si rivolge all'analista e lo dice a sua insaputa

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La psicoanalisi è una cura perché parte sempre da una sofferenza. Non vi può essere analisi se non vi è una sofferenza che il soggetto avverta come propria. Cosa significa? Significa che il soggetto deve avvertire la sua sofferenza in termini di sintomo. È solo in questo caso che può avviarsi un’analisi. Non vi può essere nessuna analisi se non a partire da un sintomo. Per questo noi diciamo che un sintomo serve, serve a potersi curare, serve a poter guarire.
Per dirla in altro modo un’analisi parte sempre da una domanda soggettiva: per questo occorre che ci sia un sintomo. Il sintomo psicoanalitico è infatti una domanda, la domanda vera e propria in quanto interroga il soggetto e al tempo stesso segnala qualcosa che non va. Una domanda, inoltre, è sempre rivolta ad un Altro, un Altro che si suppone conosca la risposta. Per questo Lacan ha descritto l’analista, che è sempre il destinatario di una domanda, come il Soggetto Supposto Sapere, il soggetto cioè che il paziente suppone che sappia dare la risposta giusta alla sua domanda.

Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi

Il sintomo è dunque essenzialmente una domanda. Ma il sintomo è anche ciò che dice qualcosa del paziente e lo dice a sua insaputa, in quanto egli non sa niente di cosa voglia dire, non sa cosa significhi, anche se sa – e lo sa sempre anche quando crede di non saperlo – che in effetti vuole dire qualcosa di lui. Per questo il paziente tende a parlare molto, e volentieri, del suo sintomo. In altri termini il sintomo è anche un discorso: il discorso del paziente, il discorso che il paziente fa di sé stesso.
Paradossalmente il sintomo è al tempo stesso quanto di più estraneo e di più intimo ci possa essere. Estraneo perché del proprio sintomo il paziente ne sa molto poco a livello cosciente, e spesso gli appare del tutto incomprensibile, strano, bizzarro addirittura: sono costretto a lavarmi le mani in continuazione; non posso uscire di casa se non controllo prima un’infinità di volte di aver chiuso bene il gas; ho una paura terribile di rimanere nel traffico; non riesco a prendere l’ascensore, eccetera, per limitarsi solo ad alcune delle manifestazioni sintomatiche più frequenti e che risultano alla percezione del paziente del tutto oscure e immotivate. Al tempo stesso, dicevamo, il sintomo si ricollega a quanto di più intimo e soggettivo ci possa essere, in quanto esso non è mai casuale, ma in effetti dice di ciò che il paziente porta dentro di sé come un segreto.

La psicoanalisi, un percorso terapeutico che parte dal sintomo e dal suo racconto

Il sintomo dunque è un discorso cifrato, un discorso enigmatico, ma, in quanto tale, il vero discorso, il discorso che non mente. Il sintomo inganna, ma non mente, perché, anzi, dice qualcosa della verità soggettiva del paziente. Una verità soggettiva di cui il paziente non può dire in altro modo se non mediante il sintomo, e dunque, se il sintomo dice del paziente, allora non può che essere ascoltato: “il sintomo è un discorso, per questo lo ascoltiamo” ha detto senza mezzi termini Lacan.
Il sintomo in quanto discorso del soggetto ci porta dunque, di conseguenza, alla dimensione dell’ascolto come ciò che costituisce l’asse portante della cura psicoanalitica. La rivoluzione operata da Freud nel campo della cura della sofferenza psichica – della cura delle isteriche, che erano poi le pazienti che alla sua epoca maggiormente interrogavano, e mettevano in scacco, la psichiatria di allora – consiste proprio in questo: nell’aver saputo abbandonare il metodo della osservazione del sintomo concepito come anomalia “osservabile” in ragione del grado di distorsione di una normalità prestabilita, e dunque come disturbo da “correggere”, da eliminare in quanto tale e al di là di qualsiasi discorso il paziente ne potesse fare – al di là cioè delle sue ragioni – a favore di un metodo nuovo, inedito, quello che poteva finalmente basarsi, non più sulla osservazione fenomenologica di un disturbo considerato come “errore”, ma sull’ascolto del soggetto, su quello che egli poteva dire su di sé a partire dal suo stesso sintomo. Sintomo che diventava, in questo modo, da ostacolo, la porta di ingresso nella terapia e la chiave di volta per la comprensione, non di una malattia, ma di un discorso nascosto che doveva poter venire fuori. Come? Attraverso la parola del paziente.

(1 – continua)

(Seconda ed ultima parte)

Nasceva in questo modo la psicoanalisi come cura che si basava sull’ascolto della parola, di quell’unica parola che veramente poteva servire, la parola non del dottore che imponeva cosa il paziente dovesse dire e prescriveva le condizioni per stare bene, ma del paziente stesso che raccontava, anzi, che si raccontava: “è a partire dall’isteria che Freud riuscì a sviluppare le prime teorizzazioni psicoanalitiche e ad organizzare l’iniziale architettura della mente e del suo funzionamento, tant’è che l’isteria è classicamente considerata la nevrosi, anzi, l’origine stessa della psicoanalisi, se infatti una della prime pazienti isteriche di Freud, Emmy von N, con il suo famoso «non mi tocchi, stia zitto», rivolta al medico viennese, riuscì ad imporre il suo discorso, mettendo di fatto lo stesso Freud nella posizione di colui che ascolta ciò che il paziente ha da dire e dunque nella posizione dello psicoanalista. La celebre frase di Emmy von N può essere considerata in questo senso l’atto di fondazione della psicoanalisi e la psicoanalisi, come dirà Lacan «il discorso dell’isterica», un discorso che sfida il sapere medico e sovverte la concezione di passività del paziente in quanto oggetto della cura. Il paziente assume invece, nella concezione psicoanalitica, una centralità fondante il processo terapeutico stesso.” (Errico E.T., Perrotta L.A., “Il discorso isterico: atto di fondazione dell’inconscio. Riflessioni su un paradosso sovversivo”. Psicoterapia Psicoanalitica. 2/2013. Borla, Roma)

Dunque la psicoanalisi fu “inventata” dall’isterica che impose a Freud di essere ascoltata e che Freud seppe obbedire, ribaltando la sua posizione da quella del dottore che “dice” a quella del dottore che “ascolta”. Allora il medico si avvaleva del metodo della ipnosi che consisteva appunto nell’esercizio di un potere -di suggestione- da parte del terapeuta nei confronti del paziente, il quale veniva così indotto a dire quello che il dottore si aspettava che egli dicesse. Con la psicoanalisi Freud si mise invece egli nella posizione di chi ascoltava quello che il paziente aveva da dire, di chi poteva ascoltare dunque quello che non si aspettava. In un certo senso Freud passò dalla posizione dell’ipnotizzatore a quella dell’ipnotizzato, ed è per questo che la psicoanalisi può essere considerata, e a ragione, il rovescio di ogni pratica terapeutica che si basi su ciò che il dottore impone, dispone, o prescrive al paziente. Come avviene purtroppo oggi per molte pratiche cosiddette psicoterapeutiche. La psicoanalisi invece è in questo senso una pratica “sovversiva”, perché mette il paziente al centro della sua cura e nel luogo di chi pronuncia il discorso che serve, il suo. Non a caso Freud capì che il modo più efficace di procedere per arrivare a sapere cosa era che non andava, cosa il paziente volesse dire attraverso il suo sintomo, poteva essere solo quello che consentisse al paziente di dire “tutto quello che gli passasse per la mente”, metodo che Freud chiamò delle “libere associazioni”.
E oggi?
Esiste ancora oggi la possibilità di riconoscere in questo metodo, quello dell’ascolto di ciò che il paziente ha da dire, il fondamento di una cura del disagio psichico che possa essere considerata ancora efficace? È ancora credibile la psicoanalisi come cura?
Se come psicoanalista pongo tali interrogativi non è certo perché io pensi che la psicoanalisi non serva più, tanto più che con la psicoanalisi gli psicoanalisti ci lavorano, eccome, e che, addirittura, i pazienti in analisi, contrariamente a quello che oggi si tende a voler far credere, sono in continuo aumento.
Tali questioni vanno invece poste perché, nonostante la psicoanalisi sia ancora oggi il metodo di cura più efficace, e ancora di più rispetto al passato, assistiamo ad una tendenza sempre più diffusa della cultura della nostra contemporaneità a trasmettere l’idea che la psicoanalisi non serva più, che sia un metodo sorpassato, obsoleto, che richiede tempi lunghi e dai risultati incerti.
Sarebbe troppo lungo approfondire qui le ragioni che sono alle basi di una tale azione di discredito della psicoanalisi, del tentativo di liquidarla, di destituirla come cura, in favore di terapie “altre”, considerate più efficaci, soprattutto più rapide, più brevi e dai risultati più certi ed evidenti: quelli di restituire un soggetto che soffre per qualcosa che non va, e di cui vorrebbe sapere, a un funzionamento efficiente e in linea con i modelli di salute prestabiliti, bypassando l’interrogazione soggettiva, eludendo la domanda, negando il diritto di dire e rinunciando al suo ascolto.
Terapie “altre” che, in buona sostanza, decretano la caduta della parola, che misconoscono che il paziente è portatore di un suo sapere di cui non sa e che Freud chiamò Inconscio, che sostengono che l’uomo di oggi è un “soggetto senza inconscio”, senza storia, senza desiderio, e che si riduce esclusivamente ai suoi neuroni e ai suoi bisogni, come sembrano sostenere le nuove teorie neurofisiologiche e comportamentistiche, che sembrando andare per la ragione, sia pure con risultati effimeri e inconsistenti.
Come dicevo non vi è il tempo per approfondire qui le ragioni della tanto sbandierata “crisi della psicoanalisi”, in verità più supposta che reale, e magari rimandiamo ad un prossimo articolo sull’argomento, pur tuttavia voglio tentare di anticipare comunque qualcosa. Sempre di più oggi – e per ragioni complesse – si incrociano interessi, posizioni, necessità soggettive e collettive, logiche di potere e di saperi – questioni tutte che Lacan condensò nel “discorso del Padrone”, prima e nel “discorso del Capitalista” successivamente – che giocano fortemente a favore della costruzione di un nuovo Soggetto.
Un Soggetto atteso funzionare sempre più secondo i canoni di un modello di efficientismo che non può che attingere continuamente ai prodotti che il Capitalista immette continuamente nel mercato e presentati illusoriamente come ciò che serve a vivere bene, in perfetta salute e in perfetta efficienza.
Un Soggetto dunque che non ha nulla di suo su cui interrogarsi, ma che deve solo consumare ciò che gli viene prontamente proposto come soluzione immediata di tutto quello che non va.
Appare del tutto evidente allora che il Soggetto della psicoanalisi, l’Isterica, che si chiede e si racconta e che chiede di essere ascoltata, non può andare più bene, non si vuole più che esista. E infatti la nosografia psichiatrica moderna, quella che si costruisce nelle Università a partire dalla Scienza accademica e dei “tecnici della salute”, e non a partire dall’ascolto del paziente da parte di un dottore che in quell’ascolto si implica – la nosografia cioè in quanto effetto di quello che Lacan chiama “il discordo dell’Università” – tende ad abolire l’isteria, cerca di far credere che l’isterica non esista più, e che esista invece il disturbo “borderline”. Perché? Perché mentre l’isteria rimanda ad una clinica della domanda e dunque alla pratica della psicoanalisi come risposta a quella domanda, alla domanda cioè del paziente, il disturbo borderline rimanda invece ad una clinica del funzionamento e ad una pratica della normalizzazione del paziente senza necessariamente ascoltarlo, perché tanto, essendo il borderline, a differenza dell’isterica che è una nevrotica, anche uno psicotico, non ha nulla da chiedere: può esser curato a prescindere da quello che può aver da dire su di sé.
In altri termini l’isterica di Freud deve essere sostituita da un paziente nuovo che non chiede di essere ascoltato, ma di poter funzionare e subito. Sole che sotto le forme di questo nuovo paziente si nasconde però, spesso, ancora l’isterica, il nevrotico cioè, ancora.
E infatti questo nuovo soggetto, che vorrebbe soppiantare l’isterica, può reggere fino ad un certo punto in quanto, come i nuovi sintomi dimostrano, egli è ancor di più esposto al malessere, al vuoto, all’angoscia, al panico, alla disperazione e al crollo depressivo senza via d’uscita, poiché ancora di più questo soggetto può non riuscire a soddisfarsi di quello che il consumismo del Capitalismo gli propone continuamente, obbligandolo, sembra, a dover godere di tutto senza rinunciare a nulla.
Paradossalmente il soggetto di oggi sembra destinato ad avere sempre bisogno di tutto, sentendosi contemporaneamente e drammaticamente “pieno” di tutto e “vuoto” di esistenza, e dunque desiderando continuamente altro, nuovi rimedi, nuovi oggetti, nuovi gadget.
Le moderne patologie dell’accumulo, le tossicodipendenze, i fenomeni di “addiction” compulsivo non sono che la tragica facciata clinica di questa necessità impellente di riempire il vuoto soggettivo con qualsiasi cosa. Modalità di essere che definiamo, in psicoanalisi, di “godimento”, per intendere ciò che, al di là del piacere di desiderare qualcosa e di coltivare anche la mancanza come bene, impone l’obbligo di colmare ogni mancanza fino alla distruzione di sé stessi.
Il Soggetto della contemporaneità è insomma quel soggetto che, avendo tutto e chiedendo ancora, che consumando dunque tutto quello che può, consumando si consuma.
Fino a che, talvolta, non chieda di qualcuno che possa ascoltarlo. E questa è una fortuna. È una fortuna che esista ancora la psicoanalisi, oggi, come risposta a questo nuovo soggetto che sembra aver smarrito la sua domanda e che chiede di essere aiutato a poterla ritrovare.