Quei buchi neri nella storia recente dei comunisti

La pubblicistica sul Centenario lascia senza risposte molte domande

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Un incontro datato 20 maggio 1977 tra_esponenti democristiani e del Partito comunista italiano

«La nostra civiltà, sottoposta ad accumulazione da circa duemilacinquecento anni, è riuscita a depositare una tale quantità di informazioni riguardo a se stessa che è diventato molto difficile stabilire perché ci si debba interessare a una cosa invece che a un’altra. Il problema è: come scegliere?». Sono parole scritte alcuni anni fa dal filologo Maurizio Bettini e la risposta che si dava era quella che chiamava “il criterio della sorpresa”, cioè lo scoop. Gli anniversari storici, anche se non sono propriamente una sorpresa, rispondono anch’essi alla domanda posta da Bettini, con alcuni vantaggi: sono per l’appunto prevedibili e diventano, spesso, occasione per fare “uso pubblico della storia”, in cui i protagonisti (giornalisti o storici che siano) si prestano a dibattiti nei quali il passato viene utilizzato spesso più come clava che non come occasione dialettica di riflessione e di “superamento” di alcune questioni. Ciò è accaduto in buona parte, mi pare, nel caso di due recenti anniversari che hanno riguardato la storia della sinistra italiana. La ricorrenza del ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi (e, contemporaneamente, il film di Gianni Amelio) hanno riaperto (ma in realtà non si era mai chiuso) un dibattito sulla figura del leader socialista, incentrandolo però quasi esclusivamente su di esso, sulla sua vicenda umana e giudiziaria, come se il Psi (e men che meno quella che negli anni ’70 era stata definita come la “questione socialista”), la sua storia e la sua scomparsa, non fossero degni neppure di una riflessione. Eppure, bene o male, Craxi di quella storia fa parte, come fa parte (anzi, per certi versi ne è il simbolo, per alcuni anche il capro espiatorio) dei cambiamenti della società e del sistema politico italiano (e quindi, per riflesso, anche di quello internazionale) tra gli anni ’70 e ’80. Così pure, la discussione sulla scissione di Livorno e sul centenario della fondazione del Partito comunista italiano, pur ribadendo alcuni punti sui quali ormai la maggior parte della storiografia ha trovato un accordo di fondo (la guerra come fattore decisivo di mobilitazione delle masse, il fortissimo valore simbolico e politico della rivoluzione russa e, successivamente, del ruolo dell’Urss come Stato-guida), insistendo sul vero o presunto “riformismo” del “partito nuovo” togliattiano, ha finito per indulgere ancora una volta alla concezione della storia descritta da Vittorio Foa: “Per i comunisti il cambiamento era la continuità: quello che facciamo oggi è l’esito di quello che abbiamo fatto ieri”. Ora, a parte il fatto che il termine “riformismo” mi pare da tempo di scarsa utilità per la comprensione della vita politica post ’89, privo com’è di qualsiasi reale contenuto politico (al punto che viene utilizzato indifferentemente da esponenti di ogni partito), esso rende scarsamente conto degli elementi di discontinuità presenti nella storia del Pci e, soprattutto, incentrarsi su di esso ritengo sia poco utile per comprendere gli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni di vita del Partito, di cui, sostanzialmente, poco ancora sappiamo sulla loro origine e maturazione: il rifiuto di qualsiasi ipotesi di alternativa di sinistra, preferendo proporre il “compromesso storico” con la Democrazia cristiana; il passaggio dai governi di “solidarietà nazionale” a un effimero sostegno alla ripresa delle lotte operaie (i 35 giorni alla Fiat); la consapevolezza dell’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre, ma anche la costante riaffermazione della superiorità della sua esperienza storica rispetto a quella delle socialdemocrazie occidentali; la scelta della “questione morale” non solo come strumento di lotta politica, ma anche quasi come unico orizzonte di essa. Soprattutto questa fase, quella dell’ultimo periodo della segreteria Berlinguer, induce a ulteriori e nuovi spunti di riflessione, ancora da compiere, come se la sua tragica fine simboleggiasse l’apogeo (anche elettorale) di una politica, ma anche la sua crisi e, per certi versi, della stessa politica, anticipando di pochi anni il tracollo della Prima repubblica. Materia per gli storici del futuro, prima, possibilmente delle celebrazioni del bicentenario.

Giovanni Scirocco

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