Quel minuto tredicesimo

Le partite si sono fermate per sessanta secondi, in memoria di Davide Astori, per regalare un ricordo, un affetto, un pensiero, un applauso. Ma un interrogativo inquieta: e se si fosse trattato soltanto della finzione scenica di un mondo diventato triste business?

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Il calcio è un fatto sociale. Lo ripeteva spesso anche Pasolini, che amava il gesto tecnico e atletico del calciatore, perché ne sublimavano la potenza fisica e l’eleganza, ma ancor più apprezzava tutti gli addentellati socio-culturali che erano connessi a un pallone rotolante in uno sconnesso e spesso fangoso campo rettangolare, che egli stesso amava calcare per ore e ore. Resta celebre una sua foto in giacca, cravatta e mocassini neri mentre gioca a calcio con degli amici. Da raffinato intellettuale quale era amava cogliere la poetica, il dramma, la solitudine, la forza coesiva, l’esplosività, l’individualismo di questo sport, e lo considerava un linguaggio universale, con i suoi codici e i suoi segni. E amava raccontarlo come un fatto letterario, ricorrendo a narrazioni mai scontate o ripetitive. Io sono uno di quelli che ha vissuto il calcio che Pasolini amava e che ha celebrato.

Davide Astori: nel suo ricordo il calcio si è fermato, forse per recuperare un’anima irrimediabilmente perduta tra gli interessi milionari che stanno cancellando la più autentica passione sportiva

Ho seguito e apprezzato, da incallito amante del football, la poesia di Rivera, l’estro di Mazzola e Gigi Meroni, la potenza di Gigi Riva, le sgroppate di Rocca, l’umiltà di Oriali, il talento inimitabile di Maradona. In ognuno di questi nomi c’è una diversa genia di sentire e praticare calcio: l’atleta, l’artista, il mito, l’estroso, il tecnico, il tattico, l’equilibratore, il palleggiatore, il genio, l’incompreso, perché il calcio è tutto ciò. E questo resta uno dei maggiori segreti del suo successo. Ma erano altri tempi. Pur mantenendo molte delle sue qualità di base, il calcio è molto cambiato negli ultimi trenta-quarant’anni. Oggi è diventato affare di finanza, profitti, soldi, contratti, sponsor, televisioni, procacciatori senza scrupoli, procuratori rissosi, affaristi, e di quella poesia che esso esprimeva sono rimaste poche tracce. Eppure, nello scorso lungo ponte di calcio, al minuto tredicesimo, le partite si sono fermate per sessanta secondi, in memoria di Davide Astori, per regalare un ricordo, un affetto, un pensiero, un applauso. Lo spettacolo si è fermato, in barba a quello spietato show must go on che lo ha sempre accompagnato, anche nei momenti più tragici (come dimenticare l’Heysel?). Osservando quei luccichii negli occhi di quanti hanno giocato con Astori, il pubblico partecipe, ascoltando gli applausi veri e sinceri, mi sono comunque balenati in mente due modi diametralmente opposti per interpretare quanto stava accadendo. Il primo è quello che riconosce come i padroni del calcio abbiano onestamente voluto fermare le partite per invitare a pensare, per suscitare un’emozione, per creare un senso comune del dolore verso un nobile atleta scomparso poco prima di scendere in campo. Andrebbe interpretato allora come un gesto dignitoso e da non trascurare, se letto in questa direzione. Significherebbe riconoscere un’anima pulsante e signorile ai padroni delle ferriere, come mio nonno avrebbe definito in modo sprezzante coloro che avevano in mano il potere di decidere. Una lettura buonista e che lascerebbe intendere come il calcio possa ancora salvarsi dalle sue più recenti patologie. Il secondo modo di interpretare il fatto mi induce, invece, a dire apertamente che si è trattato solo di una finzione scenica, di un’occasione ulteriore per mentire ai tifosi, per riportarli, anche se solo per un minuto, a un’immagine del calcio che non c’è più. Un escamotage ipocrita per lavare i panni sporchi del calcio e cercare di restituirgli una patina di umanità tra i soldi e gli affari, tra le burlette televisive, gli ambigui concetti di finti intellettuali della pedata. Non abbiamo bisogno di queste ipocrisie. Che i padroni delle ferriere tengano per sé queste finte commiserazioni empatiche. Restituiteci Pasolini, per carità, lui sarebbe andato in silenzio a mettere un fiore sulla tomba di Astori e avrebbe scritto, magari, questi pochi versi: Non corresti verso il centravanti/ non ponesti il tuo fiero corpo/ a scudo della rete/ ti poggiasti sul letto/ e ti lasciasti andare/ per diventare immortale guerriero. Spesso pochi versi possono fare miracoli, il primo dei quali sarebbe non raccontare un’ipocrisia collettiva di amore, mentre tutto è solo triste business.