Quello delle sardine è un mare promettente

S'intravede il ritorno ad una dialettica politica fatta di qualità e di programmi e non di slogan di un populismo volgare e arrogante

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Non è certo la prima volta che il quadro politico nazionale (ma anche quello internazionale) è attraversato da movimenti e gruppi di opinione pubblica sganciati da qualsiasi appartenenza partitica. Si tratta di forme più o meno consapevoli di democrazia diretta e, nella maggior parte dei casi, di contestazione dei sistemi politici (oltre che delle loro rappresentanze), con una forte tendenza ad assumere una coazione a ripetersi, sia pur con modalità diverse, nomi diversi e con connotati politici, tanto di destra quanto di sinistra. Certo le origini tardo novecentesche di questi fenomeni hanno una precisa data di nascita: il 68 giovanile in Europa e nel mondo con una sua peculiare impostazione, quella della critica radicale dell’esistente in ogni sua fenomenologia: politica, culturale, sessuale, religiosa, artistica. Da allora vi è stato un accavallarsi di immagini e di modalità, di dislocazioni per la maggior parte a sinistra, sia pur radicale ed extraparlamentare e di denominazioni le più diverse e fantasiose: la pantera, gli uccelli organizzati, l’arcobaleno, i girotondi, gli ombrelli, i gilet gialli, la generazione Greta e ora le sardine. Ciò che caratterizza l’ultimo nato tra i movimenti è la consapevolezza di essere esposto consapevolmente alla verifica della sua tenuta, senza lasciarsi andare a fin troppo facili entusiasmi e neanche però ad un eccesso di pessimismo. Ciò che tiene insieme le sardine sono alcuni caratteri di fondo che ne segnano, almeno sino ad ora, la comunanza di obiettivi: la polemica contro i populismi (quelli salviniani in prima istanza), il ripudio del razzismo, la difesa dei migranti, l’esplicita adesione ai valori della costituzione repubblicana e del suo fondamento rappresentativo. Ma c’è un ulteriore aspetto che va segnalato: il movimento delle sardine si oppone in modo forte e coerente ad una destra che ha ben poco in comune con la destra liberale e centrista, ma ha un’idea di politica che tenta di scardinare sin dalle fondamenta la democrazia nata con la Costituzione democratica e repubblicana. Intanto le cronache sono piene delle manifestazioni che in città grandi e piccole hanno promosso le sardine: Firenze, Napoli, Ferrara, Treviso, Pesaro, La Spezia, Rovigo, Cosenza, Livorno e oggi (ieri per chi legge) si prevedono appuntamenti a Milano, Taranto, Benevento, Padova, Avellino, Ascoli e si prevedono altri incontri e altre piazze stracolme fino al flash mob nazionale di Roma previsto per il 14 dicembre. Molti osservatori insistono nel sottolineare il fatto che il movimento delle sardine non sposa nessun programma di partito, fino al punto di bandire dalle piazze bandiere e simboli. Non ce n’è bisogno, perché all’unisono gli oratori hanno invocato il ritorno ad una dialettica politica fatta di qualità e di programmi e non di slogan di un populismo volgare e arrogante. E poi non è vero che le sardine sono nate solo per protestare (anche se la pernacchia di eduardiana memoria è stata rievocata per il suo significato liberatorio verso i prepotenti e gli arroganti), ma anche per costruire. Gli oratori della strapiena piazza di Firenze hanno richiamato il programma del movimento usando poche parole: “Siamo qui per dire che la Costituzione e i suoi ideali devono essere rispettati da tutte le forze politiche (…) Il nostro messaggio è uno solo e preciso: difendere e diffondere i valori della Costituzione repubblicana per tutti. Vogliamo esaltare i valori di democrazia, tolleranza ed eguaglianza”. Ma la frase che ha veramente dato il senso autentico delle sardine è questa. “Nessuno domani ci potrò dire che i tempi erano oscuri perché abbiamo taciuto”.