Questo calcio è anti-cultura

Il lassismo emerso nell’incontro di calcio Inter-Napoli sembra rientrare in un clima di colpevole superficialità e di sub-cultura diffusa

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Non parlerò di calcio in quanto tale, inteso come commento tecnico ad una partita, ma dell’arretratezza culturale che lo circonda e che lo condiziona pesantemente. Per farlo devo partire dall’ultimo notorio caso: i ‘buuuu’ reiterati che allo stadio Meazza di Milano si sono sentiti ai danni del calciatore del Napoli Koulibaly e che provenivano da una robusta frangia di tifosi dell’Inter. Al momento della prima bordata offensiva di insulti (perché, di fatto, si tratta di un insulto e rimanda inequivocabilmente al colore della pelle) e dopo opportuna segnalazione del quarto uomo, ci sono stati gli avvisi ai tifosi da parte dello speaker dello stadio, con la minaccia della possibile sospensione della partita. A poco è servito, perché i beceri cori sono continuati.

Koulibaly prima dileggiato e poi espulso: nella foto Icardi lo conforta

A quel punto l’arbitro avrebbe potuto e dovuto, a mio parere, bloccare la gara. Una sospensione di qualche minuto sarebbe probabilmente servita a mitigare gli animi. Ma il sig. Mazzoleni non ha inteso operare in tal senso, benché di recente gli arbitri siano stati sollecitati ad applicare con maggiore tempismo una norma presente nel regolamento federale della Figc. Leggiamo infatti quanto è previsto dall’art. 62 comma 6 NOIF (norme organizzative interne Figc): “Il responsabile dell’ordine pubblico dello stadio, designato dal Ministero dell’Interno, il quale rileva uno o più striscioni esposti dai tifosi, cori, grida ed ogni altra manifestazione discriminatoria di cui al comma 3 (il quale concerne tutte le manifestazioni espressive di discriminazione per motivi di razza, di colore, di religione, di lingua, di sesso, di nazionalità, di origine territoriale o etnica ecc.) costituenti fatto grave, ordina all’arbitro, anche per il tramite del quarto ufficiale di gara o dell’assistente dell’arbitro, di non iniziare o sospendere la gara”. Va chiarito, quindi, che vi sono due livelli di responsabilità: alle prime avvisaglie, un arbitro può sospendere in via temporanea una partita e far avvertire i tifosi tramite lo speaker, e chiamare anche le squadre a raccolta a centrocampo per rendere ben visibile e marcata la sua decisione. Qualora i cori offensivi non dovessero cessare, toccherebbe al responsabile dell’ordine pubblico intervenire per rendere definitivo il primo provvedimento dell’arbitro. Questo è proprio il caso di cui si discute. Ma ciò non si è verificato. Vorrei però soffermarmi sul punto forse più controverso: si è trattato di un vero e proprio episodio di razzismo? Nell’Inter, va detto, ci sono vari calciatori di colore (Dalbert, Keità, Asamoah, e anche Joao Mario e Miranda), dunque, potremmo argomentare che quei ‘buuu’ non siano partiti come cori razzisti, sarebbe stato come offendere implicitamente anche alcuni propri calciatori. Tuttavia, la questione diventa di lana caprina: se non stigmatizzati e sanzionati a dovere, da iniziali gesti di cattiva educazione e di totale incultura essi finiscono per assumere inevitabilmente la veste di un tipico comportamento razzista. E qui arrivo al punto nodale del mio ragionamento: questo è un tempo storico segnato dalla caccia al migrante nero, dallo smantellamento della umana solidarietà, dall’attacco alle ONG, dalle offese più feroci contro gli immigrati, dalla chiusura dei porti ai migranti in fuga, con la regia del ministero dell’Interno. Di conseguenza, il lassismo a cui abbiamo assistito nell’incontro di calcio tra Inter e Napoli sembra rientrare in uno schema di non comprensione della gravità del problema e di colpevole superficialità o addirittura di tacita acquiescenza. E invece, la tenuta democratica di un paese si misura in tutte le circostanze, ivi compreso lo sport e il calcio in particolare, per cui devono essere imposte azioni immediate, ossia a partita in corso, con la gradualità richiesta da ciascun singolo caso, ma anche con assoluta fermezza. La storia di chiudere il recinto dopo che i buoi sono scappati proprio non funziona. A me pare che si tratti di azioni che denotano una pesante regressione culturale e nel racconto dei media non viene stigmatizzato a dovere l’accaduto, ma si prova quasi a giustificarlo, a normalizzarlo, a farlo rientrare nella categoria di un certo tifo schizofrenico e violento o a rimuoverlo col silenzio strategico. Il calcio è, a mio giudizio, dentro fino al midollo al processo di civilizzazione di un popolo e può aiutare a costruire o, viceversa, a demolire quel processo. Le sue azioni non sono neutrali e sottovalutarne la portata vorrebbe dire rassegnarsi ad una sconfitta ben più grave di quella meramente sportiva.