Ravveduto: “La camorra c’è e non se ne parla”

Perché la città è disinteressata alle attività dei clan . Le responsabilità delle classi dirigenti. Denuncia dello storico su potere e criminalità

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Marcello Ravveduto

«La camorra a Salerno c’è e non se ne parla». Lancia un sasso nello stagno lo storico Marcello Ravveduto, docente di Digital Public History alle università di Salerno e di Modena e Reggio Emilia.
«Salerno ha vissuto una stagione di grandi opere, alcune solo progettate – spiega lo studioso -, sulle quali sembrava esserci la presenza di forze criminali. Queste sono cose che la città conosce poco ed è molto disinteressata a questo tipo di aspetti, proprio perché a Salerno non si è mai parlato di camorra. Proprio perché a Salerno la classe dirigente ha sempre costruito un’immagine per cui questa non è una città criminale, e non essendo tale, tutto quanto avviene è criminalità comune, legata allo spaccio della droga, che ormai arriva dappertutto».
«Questo – riflette Ravveduto – non solo è un elemento usato per difendere l’immagine della città, ma è talmente introiettato che, secondo me, gli stessi camorristi salernitani pensano di non poter osare più di tanto… non troverai mai uno di loro che si permette a di costituire una società per entrare in un appalto pubblico. Essendo molto straccioni e incapaci di pensare in maniera imprenditoriale, cercano di adeguarsi al sistema di potere locale, cercando di beneficiare di qualche forma di assistenzialismo». Guardando alle dinamiche locali, lo scenario è di «alcuni ambienti borderline, che sono stati reclutati attraverso una politica di attenzione a questo mondo, in modo da tenerlo sotto controllo, in modo da ridurlo da problema a clientes». Ravveduto è sicuro: «La politica, fin quando è più forte della criminalità organizzata, utilizza sempre la possibilità di trasformare queste organizzazioni in clientes. Quando questa criminalità è talmente forte da non poter essere controllata, cambiano i rapporti, quindi sono i politici che si rivolgono a loro. A Salerno non c’è questa condizione, gli unici che possono creare condizioni diverse sono i grandi clan che si presentano negli appalti». Finora, però, «la penetrazione dei clan casertani è rimasta sottotraccia perché le inchieste non sono mai arrivate a conclusione. Ci sono state molte denunce dei sindacati che parlavano di società riconducibili alla federazione dei casalesi, nei cantieri. Sarebbe una dimensione da indagare». In ogni caso, a Salerno di camorra non si discute.
«Non se ne parla – ragiona Ravveduto – anche perché le strutture organizzate stanno fuori dal corpo della città, e perché il corpo della città ha altri interessi, che sono latamente, ma non direttamente criminali. Perché se pure vivesse di riciclaggio, sarebbe qualcosa che non porta violenza. Avendo costruito in Italia l’idea che dove si spara c’è la mafia, dove non si spara non c’è, questa dimensione realizza un’immagine di Salerno senza camorra. Se deve venire il camorrista napoletano casertano a investire, viene a Salerno, perché non si spara. Se si spara, sono sparatorie attribuibili a regolamenti tra clan per lo spaccio di droga». C’è anche una radice culturale in tutto ciò.
«Questo municipalismo estremo della città – sostiene lo storico – difende l’immagine, per il fatto che Salerno è un’isola, e la criminalità non esce al di fuori di quest’isola, al massimo svolge servizi per chi è al di fuori. Ma il clan che viene da fuori può essere aiutato». In tal senso, «questo spiega perché in questi anni potrebbe esserci stato un interesse di clan come i Casalesi o cosche napoletane a investire nei grandi appalti pubblici locali e non certo dei clan salernitani, che non hanno il peso finanziario e i rapporti per poter spingere un gruppo a sostenere finanziariamente l’intrapresa». Ma poi c’è un «altro aspetto centrale», cioè «che la città ha costruito una struttura economica che può essere molto sensibile alla penetrazione di capitali da riciclaggio, perché sono tutte attività che viaggiano sul contante, e quando non lo sono, sono comunque attività di grande smercio: piccola o media ristorazione, temporary shop». Segnali da tenere presenti.

(da Il Quotidiano del Sud di Salerno-L’ALTRAVOCE della tua Città)