Razzista è chi ha paura di sembrarlo

Si tratta di stereotipi che non riescono neppure a inquadrare adeguatamente il clima di aggressività diffusosi in alcune frange sociali del nostro paese, legato a una ben più ampia spirale di violenza diretta contro deboli e indifesi di tutti i tipi (donne, bambini, disabili, anziani, animali, natura).

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Uno dei decumani del centro storico di Napoli

In una serata primaverile di una decina d’anni fa, mentre attraversava il centro storico di Napoli, un’amica si ritrovò a dare informazioni stradali a un giovane immigrato. Si chiamava Rabby, veniva dal Ghana – le raccontò mentre lo accompagnava lungo uno dei decumani – ed era in città per lavorare insieme ad alcuni suoi amici… Giunti al bivio dove si sarebbero dovuti congedare, Rabby, cogliendola di sorpresa, le chiese il numero di telefono. L’amica trovò fuori luogo la domanda di quello sconosciuto ma, “temendo di dargli l’impressione di essere razzista” – mi disse – non riuscì a dire di no. Per non ammettere con se stessa di avere fatto una cretinata, si volle convincere che la richiesta fosse nata da un genuino desiderio di amicizia. Da quel momento in poi, però, e per oltre due anni, Rabby la bersagliò con telefonate periodiche che ruotavano invece intorno a richieste a sfondo sessuale, sempre più esplicite e moleste. Dopo inutili tentativi di riportare la conversazione su binari amicali, la mia amica non si fece più scrupoli e smise di rispondergli. Si è però poi chiesta più volte la ragione della sua avventatezza: di fronte a un immigrato si era sentita in dovere non solo di assisterlo ma di violare le regole della prudenza, “per non discriminarlo” – diceva. Già, ma discriminarlo da cosa? Con un qualsiasi altro sconosciuto non si sarebbe regolata allo stesso modo: semplicemente non gli avrebbe dato il numero di cellulare. La conclusione a cui giunse fu dunque di avere agito sull’onda impulsiva di una specie di “ansia da prestazione” relativa al timore di apparire razzista, a sua volta generata da un inconscio, generico senso di colpa che aveva messo in moto un perverso meccanismo di  “razzismo alla rovescia”. Non aveva infatti trattato il giovane ghanese come una persona qualsiasi, ma come il ‘figlio di un dio minore’ costretto a emigrare per colpa dei ricchi occidentali e perciò meritevole di essere risarcito.

Solidarity of the peoples, di Antonio Oliva (2011)

La storia potrebbe chiudersi qui, se non contenesse dei riferimenti al termine “razzismo”, oggi diventato uno dei più ricorrenti leitmotiv nei dibattiti tra giornalisti, opinionisti e intellettuali. Lo spettro del razzi-fascismo si aggira per l’Europa − ci ripetono − per spiegare la genesi del clima di indifferenza, intolleranza o addirittura violenza che dilaga tra i giovani e meno giovani di contesti sociali differenti. E la situazione sarebbe talmente grave – secondo commentatori del calibro di Gad Lerner – da avere addirittura provocato gesti estremi, come quello di Ousseynou Sy, l’autista di scuolabus di origine senegalese (con cittadinanza italiana) in servizio per le Autoguidovie di Crema che, nella civilissima Lombardia, stava per uccidere i cinquantuno bambini che accompagnava ogni giorno a scuola.
Al di là del più o meno voluto intento provocatorio di simili speculazioni, il loro impianto teorico è obsoleto: il ‘giustificazionismo’ assolutorio secondo cui le colpe dei singoli sono della società sembra uscire fuori da certi slogan degli anni ’70, riproponendo in salsa multiculturale lo schema della lotta di classe e rovesciando le premesse del determinismo ambientale (gli usi di una civiltà dipendono dai condizionamenti della natura) sul piano sociale (i comportamenti criminali dipendono dai condizionamenti della società).
Nel caso degli immigrati i concetti di ‘debito’ e ‘colpa’, sottesi ai ragionamenti dei giustificazionisti, alimentano un continuo j’accuse contro l’Occidente, in base al quale le vittime del sistema capitalistico globale hanno diritto a un risarcimento perenne e incondizionato. Nasce da qui un indottrinamento sotterraneo, secondo cui i migranti sono sempre meritevoli di indulgenza in nome dei valori cristiani e laici, dell’antirazzismo, dell’antifascismo, dell’anticapitalismo, dei canti partigiani e dell’Internazionale socialista. E se è sbagliato il sillogismo secondo cui per un migrante che delinque tutti i migranti delinquono, altrettanto lo è ritenere che tutti i migranti siano profughi, buoni e meritevoli, a prescindere. Si tratta anzi di petizioni di principio talmente fasulle che, invece di favorire, ostacolano la convivenza degli italiani con persone provenienti da paesi e culture diverse. Analogamente avviene quando si usano a sproposito i termini “fascista” (seguace di concezioni e metodi antidemocratici) e “razzista” (professante l’esistenza di ‘razze’ umane biologicamente e storicamente superiori ad altre ‘razze’) per stigmatizzare chi sostiene la necessità di limitare gli ingressi dei migranti in Italia, nella carenza di controllo territoriale e di piani di inclusione sociale ed economica, così come di una politica di autentica concertazione europea.

Jacob Lawrence (1917-2000), rassegna Migration Series

Si tratta di stereotipi che non riescono neppure a inquadrare adeguatamente il clima di aggressività diffusosi in alcune frange sociali del nostro paese, legato a una ben più ampia spirale di violenza diretta contro deboli e indifesi di tutti i tipi (donne, bambini, disabili, anziani, animali, natura). All’orecchio della maggior parte dell’opinione pubblica in Italia l’evocazione del razzismo e del fascismo  suona quindi come un tentativo surrettizio di delegittimare l’insofferenza generale nei confronti dei migranti. Insofferenza che però non dipende dalla provenienza geografica o dal colore della pelle, come alcuni commentatori seguitano a denunciare, bensì dallo status sociale: se su un treno salgono dei giovanotti in giacca e cravatta, bianchi o neri che siano, nessun passeggero si sentirà urtato o in pericolo per la loro presenza, diversamente da quanto avverrebbe se a salire fossero dei questuanti malvestiti o dalle intenzioni dubbie.
Nella mancata equiparazione tra diritti degli immigrati e diritti degli italiani, la ricetta per l’accoglienza non può quindi fondarsi sulla narrazione a senso unico delle migrazioni, con la coltura in vitro dei sensi di colpa collettivi, elevando l’obbligo di commiserazione a paradigma ontologico, ratificando i sentimenti politicamente corretti come unici legittimi, sbilanciando il rapporto tra diritti e doveri, mettendo in campo una gigantesca mistificazione collettiva destinata fatalmente a degenerare in conflitto. L’unica autentica e sana forma di relazione umana e sociale si fonda sulla parità effettiva e sul reciproco riconoscimento tra persone e culture, in un contesto economico-produttivo funzionale, a partire dall’accettazione delle medesime regole di convivenza sociale, politica e civile. Un quadro di partenza che però non può nascere dalla ideologizzazione e strumentalizzazione politica del problema, che necessita di competenza, organizzazione e lungimiranza, mettendo al bando categorie interpretative superate dalla storia e dal sentire collettivo che, al cospetto della complessità dei problemi odierni, rivelano tutta la loro artificiosità e inadeguatezza.