Referendum e Regionali, un doppio NO

Due momenti centrali per i campani che vorranno difendere la democrazia e il futuro

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Il voto degli italiani al Referendum sulla riduzione dei parlamentari e quello in sette regioni per il rinnovo di Presidenti e Consigli potrebbero farci trovare già martedì di fronte a un terremoto politico dagli imprevedibili sviluppi.
Vediamo come e perché, partendo dal Referendum. Fino a qualche mese fa si dava per certo passasse con un plebiscito, tanto che la stampa, in coro, quotava la vittoria dei SI’ al 70%. Nelle ultime settimane, però, lo scenario si è rapidamente evoluto. I NO hanno cominciato a manifestarsi sempre più, coinvolgendo in endorsement personaggi ancora di grande attrattività nell’establishment nazionale: da Prodi alla Bonino, da Veltroni a De Benedetti. La verità è che questo Referendum – diversamente da tutti gli altri – si presenta con un bilanciamento ‘quasi perfetto’ tra ragioni-pro e ragioni-contro. E siccome i SI’ – largamente maggioritari – avevano già avuto modo di esprimersi nel dibattito sulla legge di revisione, la parola è passata ai NO.
Un argomento forte per tentare di bloccare la probabile vittoria dei SI’ è quello che la legge di riduzione, pur risultando in sé e per sé una buona legge (tra l’altro ci riposiziona in Europa facendoci passare dal terzo al quinto posto per numero di deputati eletti nella Camera. Anche se, in verità, i senatori, forse, si potevano ridurre di più: uno per provincia sarebbe stato più che sufficiente ad assicurare la supposta necessità di rappresentare i territori), va tuttavia compensata con altri interventi, quali le modifiche ai Regolamenti parlamentari e una nuova legge elettorale. Strada facendo, le motivazioni del NO si sono appoggiate ad argomenti anche più persuasivi. Cosa succederebbe, se il Referendum confermasse la riduzione dei parlamentari, ma a seguito dei risultati elettorali regionali il Governo fosse spinto a dimettersi, e si dovesse andare subito al voto? Come si potrebbe eleggere il nuovo Parlamento, senza avere già una nuova legge elettorale che ridisegni i collegi in base ai nuovi numeri nelle due Camere? Meglio che vincano i NO – sostengono i suoi fautori – così si resetta tutto e chi governerà potrà riprendere l’argomento con gli aggiustamenti del caso. Anche perché, la sempre più bassa partecipazione di cittadini al voto, dice che le elezioni rischiano di diventare – se non già sono – una “cerimonia”, se la rappresentanza politica non si àncora a un “reale” potere d’intervento dell’elettorato con le sue scelte.
Oggi il potere di scegliere almeno chi si vorrebbe fosse eletto non esiste più. Tant’è che – cito la Campania – la campagna elettorale si fa solo sulle persone. I programmi sono usciti di scena. E anche chi li abbozza sa che poi lasciano il tempo che trovano. E’ tutto l’impianto dell’art.49 della Costituzione che va rivisitato e adeguato alle attuali possibilità, offerte dalla tecnologia al cittadino, per intervenire puntualmente sulle decisioni (almeno quelle più importanti per lui) che la politica di volta in volta assume, rendendolo soggetto attivo (e non passivo) nella “definizione della politica nazionale”, dentro o fuori dai partiti. Non si può continuare a lasciare i “temi” politici interamente nella disponibilità decisionale di vecchi e nuovi cacicchi locali che imperversano ad ogni latitudine. Dando alla fine ragione a Piergiorgio Odifreddi (La democrazia non esiste) che nel libro citato rileva come la democrazia sussuma nella sua forma attiva il “governo del popolo”, mentre, con ogni evidenza, questo oggi non si verifica mai, perché la forma attiva di democrazia ha ceduto il passo alla forma passiva, dove il popolo non governa ma è governato per rappresentanza. Un concetto fumoso senza più significato reale. Un NO al Referendum, pieno di contenuto e significato, indurrebbe la politica a riflettere più a fondo sulla sua grave crisi che minaccia da vicino il corretto funzionamento di una democrazia dove la volontà dei cittadini possa essere conosciuta e fatta valere. Ma il voto di oggi e domani pone anche i cittadini campani davanti alle proprie responsabilità di scegliere bene. Ci troviamo di fronte a due personalità che caratterizzano non solo visioni politiche diverse, ma due differenti e opposti modi di concepire l’esercizio pratico del potere in contesto democratico. La Campania è la più abitata regione del Sud. Già è un’anomalia, per non dire sconfitta della politica, che – a distanza di 5 anni – la sfida è – a parti invertite – ancora tra Caldoro e De Luca. Con quest’ultimo politicamente ‘resuscitato’ dal battage che ha saputo diffondere nei tre mesi più critici della Fase 1 della pandemia da Covid-19, e l’altro ad inseguirlo per un civile, anche se pepato, confronto sulle cose da fare per portare la regione fuori dalla catalessi economica nella quale statistiche e studi, nazionali e comunitari, ormai la collocano da anni. Nein, niente da fare. De Luca preferisce “confrontarsi” da solo. Lui ha le sue idee, e gli bastano. Non ammetterebbe mai di necessitare di un suggerimento o di un’imbeccata. Carattere a parte, una campagna elettorale alla vecchia maniera, con giornalisti che ti fanno domande insistenti e tu che rispondi senza lasciarti andare in bestia o scantonando, decisamente non è materiale per il suo linguaggio aggressivo. Rischierebbe di perdere più di quanto ci guadagnerebbe. Immaginatelo davanti a un cronista che gli chiedesse del primato campano di impresentabili in alcune liste che lo sostengono. O degli ospedali Covid acquistati per 16 mln di euro ma non ancora collaudati e attivati. O del ruolo ritagliatosi nella vicenda dal fidatissimo Renato Cascone, che non c’azzeccava nulla in quella gara. O ancora del bando di 750 mila euro per tamponi bloccato dopo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria, magari provocandolo poi anche sulla presidenza dell’Asl 1 di Napoli e su altre faccende personali e familiari pubblicate da un giornale del Nord, e per questo querelato. No, il personaggio non è tarato per un vero e pubblico contraddittorio. Lui è convinto che anche nel pubblico si debba conservare un’area di privacy invalicabile. Fiero com’è di non essere uno di quelli che si danno in pasto all’opinione pubblica per essere azzannato sotto spalti ghignosi. E’ stato capace – unico politico italiano ad averlo finora pensato e fatto – di attrarre a sé – come un polo magnetico – destra-sinistra e centro con la nonchalance di un fachiro che passeggi sui carboni ardenti. In attesa di godersi il suo spettacolo: la verifica di aver saputo ancora come vincere. E speriamo che il suo caso non faccia scuola nel PD, ora che questo sembra prossimo a nuove sconfitte storiche. Del resto nessuno più di lui sembra aver fatto tesoro della massima attribuita ad Appio Claudio Cieco: faber est suae quisque fortunae. Sì lui si è fatto da sé, questo si può dire. Alla faccia dei tanti che nei seggi domenica sono pronti a dire NO anche a lui. S’en fichant de tout le monde.